
Ha appena completato la sua sfida più dura: 21 Ironman in 21 giorni consecutivi. 3,8 km di nuoto, 180 km di ciclismo e una maratona, per una distanza totale di 226 km, per tre settimane di fila. Un’impresa ai limiti dell’impossibile, legata come sempre alla beneficenza e alla memoria del nonno. Gabriele Catta, classe 2001 di Monserrato, racconta preparazione, difficoltà ed emozioni di un percorso che unisce sport estremo e solidarietà.
Gabriele, innanzitutto: che impresa hai appena concluso?
Ho appena terminato la sfida più difficile della mia vita: 21 Ironman in 21 giorni consecutivi. È stata un’impresa al limite dell’impossibile, ma come sempre non è mancato l’aspetto solidale, che per me è fondamentale. Ogni progetto è legato a una causa benefica – dall’AIRC ad Abos fino ad AdiBiss – realtà che sostengono la ricerca e le famiglie in difficoltà. Grazie a queste sfide siamo riusciti a raccogliere fondi importanti e a coinvolgere anche i più piccoli, trasformando la fatica in qualcosa di utile per gli altri.
Qual è la preparazione giusta per affrontare una sfida del genere?
Dal punto di vista fisico mi alleno da solo: sono laureato in Scienze Motorie e questo mi permette di sperimentare molto sulla metodologia. La mia preparazione si è basata soprattutto sul volume, con lunghi chilometraggi a intensità medio-alta. Sul piano medico e nutrizionale invece sono seguito da uno staff di specialisti che mi ha sottoposto a vari test e costruito un percorso su misura per capire come il mio corpo avrebbe reagito a tre settimane di sforzo continuo.
C’è stato un momento di crisi durante i 21 giorni? Come l’hai superato?
Le difficoltà non mancano mai. La prima tappa è stata la più dura: la notte avevo la febbre da sforzo, il corpo stava ancora cercando di adattarsi. Il quarto giorno invece è stato il peggiore: ero stremato e durante la maratona ho dovuto camminare per due chilometri. In quei momenti serve calma e pazienza, ma soprattutto ricordarsi perché lo stai facendo. Io pensavo sempre a mio nonno, che porto dentro in ogni impresa: quando indossavo il suo cappellino ritrovavo la forza per andare avanti.
E quando sei arrivato al traguardo dell’ultimo Ironman, che emozioni hai provato?
Al traguardo non ho realizzato subito cosa fosse successo. Ero incredulo, ancora immerso nella fatica. Le emozioni le ho elaborate nei giorni successivi, condividendo l’esperienza con i ragazzi che mi hanno accompagnato. Solo allora ho capito davvero cosa avevamo costruito insieme quest’anno.
Cosa ti spinge ad affrontare imprese così dure?
La motivazione più grande è sempre la beneficenza e il pensiero di mio nonno. Nei momenti di crisi penso a chi soffre davvero, a chi non ha scelta di fronte al dolore: questo mi aiuta a ridimensionare la mia fatica e a trovare nuove energie. È un modo per essere grati di ciò che abbiamo e per restituire qualcosa agli altri.
Quanto conta la tua squadra in queste avventure?
È fondamentale. La mia ragazza è parte integrante di tutto: dalla seconda impresa in poi si è sempre occupata della logistica ed è stata decisiva per la riuscita dei progetti. Poi ci sono figure chiave come i miei allenatori storici, Marco Cara e Mauro Coni, le nostre famiglie che ci supportano in ogni momento, Filippo Tocco che coordina la parte medica e la nutrizionista Giovanna Ghiani. Senza di loro idee che da fuori sembrano folli non diventerebbero realtà.
Quali strumenti mentali utilizzi per resistere?
Il lavoro mentale è quasi più importante di quello fisico. La visualizzazione è essenziale: immagino ogni fase della gara e come reagire a un imprevisto; quando capita, mi sembra di averlo già vissuto. Uso molto il self-talk: se mi fa male il tibiale, mi ripeto che la gamba è fresca e leggera, così riesco a spostare l’attenzione dal dolore. Mi affido anche alla respirazione diaframmatica per abbassare lo stress, alla meditazione e a tecniche come il rilassamento progressivo di Jacobson e il training autogeno. Sono strumenti che mi hanno insegnato a gestire non solo lo sport, ma anche la vita di tutti i giorni.
Come è iniziata la tua storia nello sport?
Ho iniziato presto a praticare nuoto e calcio fino a 8 anni, insieme ad altri sport. A un certo punto ho scelto il nuoto, non perché fossi il più dotato, ma perché mi appassionava davvero. Con l’impegno sono arrivato a ottenere diversi risultati nazionali. A 18 anni però ho avuto un momento di crisi: ho smesso per un anno e mezzo e mi sono dedicato al tennis. Quella pausa mi è servita molto a livello mentale: mi ha fatto crescere e mi ha fatto riscoprire la voglia di mettermi in gioco.
(Articolo di Alessio Ghiani)