Comunità per i minori, cosa c’è oltre il bosco?

Equipe di professionisti per favorire inclusione, crescita e ritorno in famiglia
Palmoli, paese dei “bambini del bosco”

Il caso dei cosiddetti “bambini del bosco” ha suscitato un grande clamore nel nostro Paese. In un’epoca in cui abbondano giudizi sommari sui social, dove chiunque si improvvisa medico, esperto di geopolitica, tennista o allenatore di calcio, chi invece opera realmente sul campo e possiede competenze specifiche invita alla prudenza. Prima di esprimersi, dicono gli esperti, è necessario avere il quadro completo, perché in temi così delicati non esistono risposte semplici o contrapposizioni nette.
Michele Vargiu, psicoterapeuta e presidente della FENACOPSI, federazione che riunisce comunità in tutta Italia, spiega “che cosa c’è oltre il bosco”: quali siano cioè le strutture e i percorsi che si occupano dei minori in difficoltà. Le comunità socio-educative sono strutture residenziali o semiresidenziali che accolgono minori o giovani adulti in condizioni di fragilità, privi di un contesto familiare adeguato o affidati ai servizi sociali. Lo scopo è garantire al minore condizioni di sviluppo equilibrate, promuovere la sua crescita integrale e sostenere l’autonomia attraverso percorsi di inclusione sociale.

La socialità: una questione clinica

Vargiu sottolinea un principio spesso dimenticato: la socialità non è un’opinione ma una questione clinica. “Incontrare l’altro è fondamentale per sviluppare le competenze filogenetiche ed evolutive di base”, spiega. In altre parole, la capacità di stare insieme agli altri necessita dell’esperienza. Il cervello umano nasce per cooperare e, se non entra in relazione con il prossimo, il cervello elimina informazioni ritenute non necessarie al contesto e smette di svilupparsi pienamente. “Se vivo in un ambiente senza stimoli, il mio cervello si adegua a quel contesto.”

La famiglia non é un nemico

Un altro tema spesso distorto nel dibattito pubblico riguarda il ruolo della famiglia. “La famiglia non è un nemico”, chiarisce Vargiu. Al contrario, uno degli obiettivi principali è proprio il ritorno del minore nella famiglia d’origine. “Le famiglie sono il centro propulsore — afferma — e non esiste alcun percorso che non venga fatto in parallelo con loro. Occorre considerare non solo il bambino ma anche la famiglia: questa è la filosofia della nostra federazione.”

Le figure professionali in campo

Il percorso educativo è seguito da professionisti qualificati: educatori, coordinatori pedagogici, psicologi e assistenti sociali, interni alle comunità o appartenenti ai servizi comunali. Nelle comunità terapeutiche vi sono inoltre operatori socio-sanitari, volontari e altre figure di riferimento.

Dagli orfanotrofi alle comunità: una rivoluzione

Le comunità odierne sono il risultato di un’evoluzione significativa. Un tempo esistevano soltanto gli orfanotrofi, suddivisi in tre modelli: grandi istituti, strutture più piccole e realtà gestite da enti religiosi. Dagli anni ’70 si sviluppa una nuova consapevolezza sui diritti dell’infanzia. Nascono così le prime comunità educative, che agli inizi erano piccole strutture residenziali prive di competenze certificate e di esperienze educative consolidate. Negli anni ’80 emergono criticità dovute all’assenza di standard chiari. La vera svolta arriva con la legge 184/1983 e con la chiusura degli istituti entro il 2006, che introduce la professionalizzazione delle comunità. Si passa dal modello “bambino in affido a una coppia genitoriale” a un percorso gestito da un’équipe socio-educativa all’interno di comunità regolamentate. Un cambiamento sostenuto anche da altre normative, dalla chiusura dei manicomi nel 1978 alla legge n. 149 del 2002, fino ai regolamenti dei primi anni 2000 sugli standard minimi strutturali. Oggi le strutture sono calibrate sulla persona: piccoli gruppi, ambienti domestici istituzionalizzati, controlli continui e senza preavviso, percorsi educativi individuali (PEI) che comprendono scuola, sanità, sport e socialità. “L’obiettivo — ribadisce Vargiu — è favorire il rientro in famiglia o, per i ragazzi prossimi alla maggiore età, accompagnare il percorso di autonomia”.

La Sardegna anticipa i tempi

“La Sardegna dispone di un quadro normativo avanzato”, sottolinea Vargiu. La legge regionale 23/2005 sul sistema integrato alla persona, il decreto 16/2018 sugli standard strutturali e la delibera 52/2018 compongono un impianto che opera a 360 gradi. Il sistema comprende comunità educative per minori, comunità familiari, comunità mamma-bambino, pronta accoglienza e appartamenti per l’autonomia, oltre alle strutture terapeutiche e di doppia diagnosi per i minori con problemi psichici e dipendenze.

Le sfide del futuro

Per il presidente della FENACOPSI serve un ulteriore salto di qualità. Alcune comunità, spiega, integrano psicoterapia individuale, supervisioni cliniche, attività sportive e percorsi socio-educativi. È necessario rafforzare il lavoro sui minori stranieri non accompagnati, aumentare la formazione continua degli educatori e affrontare l’emergenza della salute mentale giovanile. Aumentano infatti i casi di ritiro sociale, autolesionismo e malessere diffuso. Servono strumenti più flessibili, come comunità radicate nei quartieri, basate sulla psicologia di comunità, in cui scuole, società sportive e servizi sociali collaborano per il benessere dei giovani.

Ascoltare i ragazzi

Il coinvolgimento dei minori nei processi decisionali è indispensabile. “I bambini devono essere ascoltati — afferma Vargiu —, ma la loro volontà va sempre interpretata alla luce del loro bene. Non è una questione morale o estetica, ma etica: il rispetto della vita e dei diritti della persona.

Le garanzie

“Non c’è possibilità di subire ingiustizie — afferma Vargiu —. La narrazione mediatica non rispecchia la realtà quotidiana. La famiglia non è esposta: l’obiettivo è l’aiuto, non l’automatismo dopo una segnalazione”. Il sistema si basa su norme precise, che superano il concetto di “potestà” e introducono la responsabilità genitoriale e il primato dei diritti dei bambini. “Troppo spesso — conclude — sui social si esprimono giudizi in un campo delicato che richiede competenze tecniche. In Italia fortunatamente ci sono leggi, regole e un sistema democratico che tutela le persone.” (as)

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