
“Smetteremo di combattere se le truppe ucraine lasceranno i territori che occupano, altrimenti raggiungeremo i nostri obiettivi militarmente.” Questa, secondo Vladimir Putin, sarebbe la sua idea di “pace”. Il riferimento è ai territori del Donbass e, con ogni probabilità, anche alle regioni di Kherson e Zaporizhzhia. Per Mosca, lo status di Crimea e Donbass resta uno dei nodi centrali di qualsiasi negoziato. Le parole pronunciate dal leader russo dal Kirghizistan soffiano come un vento gelido sulle già fragili trattative per porre fine alla guerra in Ucraina. I punti proposti da Donald Trump vengono così ridimensionati a “base per accordi futuri”.
Nel giro di pochi giorni si è passati dai 28 punti della bozza Witkoff-Dmitriev del 20 novembre — giudicata troppo vicina alle posizioni russe — ai 19 elaborati a Ginevra dal segretario di Stato americano Rubio con la controparte ucraina, per poi tornare al nastro di partenza con la richiesta russa di riprendere la bozza iniziale. Putin resta irremovibile anche su un altro fronte: per il Cremlino sarebbe impossibile firmare un accordo con il presidente ucraino Zelensky, la cui leadership viene considerata “illegittima”. Il portavoce presidenziale ha inoltre definito un “baccanale informativo” l’entusiasmo occidentale per un possibile accordo di pace. Insomma, ciò che il presidente Trump aveva rappresentato come “dettagli da definire” appare molto di più: distanze politiche e strategiche ancora profonde, che rendono il percorso verso un’intesa tutt’altro che imminente. (as)