Un ambulatorio “sardo” nel cuore del Perù

Una storia di solidarietà nata da un viaggio e diventata cura, ascolto e speranza
L’ambulatorio

È una storia che attraversa l’oceano e mette in comunicazione la Sardegna con l’entroterra più remoto del Perù. Una storia che nasce quasi per caso, da un viaggio, e che nel tempo si trasforma in un progetto concreto capace di cambiare la vita di un’intera comunità. A raccontarla è Monica Paz, oggi infermiera a Cagliari, ma alla fine degli anni Novanta giovane volontaria, ignara che quell’esperienza avrebbe segnato per sempre il suo percorso umano e professionale. Tutto comincia nel 1999. Monica è impegnata come catechista quando incontra un gruppo di turisti italiani in partenza per il Perù. Tra loro c’è la dottoressa Livia Rosetti, pneumologa dell’Ospedale Binaghi. Quel viaggio, pensato come esperienza di incontro e conoscenza, diventa presto una scoperta dolorosa: nell’entroterra peruviano, lontano dai centri urbani, intere famiglie sono costrette a camminare per giorni pur di ottenere un farmaco o una semplice visita medica.

“Ci penserà la Provvidenza”

Di fronte a quella realtà, voltarsi dall’altra parte non è un’opzione. Al ritorno in Sardegna, la dottoressa Rosetti, insieme alle colleghe Sebastiana Loi e Maria Ballicu e ad altri amici sardi, decide di fare qualcosa di concreto. Nasce così un legame con il sacerdote del luogo e l’idea di portare medicinali dall’Italia, raggiungendo villaggi isolati dove l’assistenza sanitaria semplicemente non esiste. “Siamo andati per dare una mano, senza pensare a un progetto strutturato – racconta Rosetti – ma siamo rimasti colpiti da una povertà estrema. Il sacerdote aveva a disposizione una sola dottoressa e due infermieri, in condizioni molto precarie. Al ritorno gli chiedemmo cosa potessimo fare di più. Ci rispose: “Ci penserà la Provvidenza.”

Il sogno prende forma

Da quella risposta prende forma un percorso fatto di passaparola e testimonianze dirette. Viene fondata l’associazione “Amnistad y Ayuda”, si affitta un’auto, si organizzano i primi interventi su un terreno messo a disposizione dalla parrocchia. All’inizio c’è solo una capanna, ma diventa presto un punto di riferimento: cure di base, ascolto, farmaci essenziali. Chi può contribuisce, chi non può viene assistito comunque. “Abbiamo fatto una vera opera di coinvolgimento – spiega Rosetti – amici, parenti, colleghi di lavoro. La voce si è sparsa perché portavamo una testimonianza diretta.” Un aiuto decisivo arriva anche dalla diocesi: grazie al sostegno di monsignor Alberti. Vengono organizzati anche concerti benefici, raccolti fondi, coinvolti sponsor, compreso il sistema bancario. Un ingegnere realizza il progetto dell’edificio e, dopo anni di lavoro e ostacoli burocratici, il sogno prende forma.

“Amnistad y Ayuda”

Da quella risposta prende forma un percorso fatto di passaparola e testimonianze dirette. Viene fondata l’associazione “Amnistad y Ayuda”, si affitta un’auto, si organizzano i primi interventi su un terreno messo a disposizione dalla parrocchia. All’inizio c’è solo una capanna, ma diventa presto un punto di riferimento: cure di base, ascolto, farmaci essenziali. Chi può contribuisce, chi non può viene assistito comunque. “Abbiamo fatto una vera opera di coinvolgimento – spiega Rosetti – amici, parenti, colleghi di lavoro. La voce si è sparsa perché portavamo una testimonianza diretta.” Un aiuto decisivo arriva anche dalla diocesi: grazie al sostegno di monsignor Alberti. Vengono organizzati anche concerti benefici, raccolti fondi, coinvolti sponsor, compreso il sistema bancario. Un ingegnere realizza il progetto dell’edificio e, dopo anni di lavoro e ostacoli burocratici, il sogno prende forma.

Oltre le diffcoltà

Nel 2002 l’ambulatorio viene inaugurato. All’inizio l’associazione contribuisce anche al sostegno del personale sanitario. Nel tempo, numerosi professionisti sardi si alternano nel volontariato, garantendo continuità alle cure e portando l’assistenza anche nei villaggi più isolati, raggiunti con un fuoristrada. “È stato l’episodio più importante della mia vita confessa Rosetti-. Non solo per le visite ai malati, ma per ciò che abbiamo imparato andando incontro alle persone.” Oggi il centro è diventato autonomo ed è gestito dall’arcidiocesi di Cusco. Dopo un periodo di difficoltà, ha dovuto chiudere. L’arcivescovo si sta adoperando per restituire questo presidio fondamentale alla popolazione. Questa bella storia di solidarietà e di generosità non può non aver anche un lieto fine. Anche questa volta ci penserà la Provvidenza

prova
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