
Ultrasuoni non invasivi per “leggere” l’attività cerebrale: è la scommessa di una startup tecnologia sostenuta da OpenAI, che propone una nuova frontiera nella ricerca relativa all’interfaccia cervello-computer. La notizia, riportata il 2 febbraio 2026 da Nature, non solo sposta l’orizzonte dei progressi in questa materia ma, accanto alle potenzialità, imporrà anche una serie di quesiti sui rischi e sugli aspetti etici che ne conseguono. Il progetto, sviluppato da una società spin-out chiamata Merge Labs, si propone di sfruttare onde ultrasoniche a frequenze superiori all’udito umano per mappare l’attività cerebrale con una risoluzione sufficientemente alta da inferire pensieri o stati mentali. Questo approccio si distingue nettamente dai dispositivi attualmente al centro dell’attenzione, come quelli messi a punto da Neuralink e altre aziende impegnate nel campo degli impianti cerebrali con elettrodi. Secondo gli sviluppatori, l’uso di ultrasuoni potrebbe rendere possibile un’interazione più sicura con il cervello umano, evitando l’inserimento di chip o fili nell’encefalo. Il principio di base è che le onde ultrasoniche, opportunamente modulare, possono stimolare o rilevare attività neurale a livello profondo senza procedure invasive.
Tuttavia, come sottolinea Nature nella sua analisi, la tecnologia è ancora a uno stadio molto precoce. Esperti e ricercatori indipendenti invitano a un giudizio prudente: le prestazioni reali di tali sistemi non sono ancora state dimostrate in ambito clinico o sperimentale avanzato, e le affermazioni sul “leggere la mente” devono essere contestualizzate entro limiti biologici e tecnologici molto stringenti. Il dibattito mette in luce una tensione classica nel campo delle interfacce cervello-computer: da un lato, l’attrazione di tecnologie più sicure e accessibili; dall’altro, la realtà delle complesse dinamiche cerebrali che rimangono difficili da decodificare con precisione attraverso segnali non invasivi. (a.s.)