
In Sardegna, l’ecosistema dell’innovazione tecnologica è in pieno fermento: negli ultimi cinque anni, il numero di imprese ad alto contenuto innovativo è cresciuto del 28%, con una presenza sempre più significativa anche in eventi nazionali come SMAU Milano. Un segnale incoraggiante, che testimonia la vitalità creativa e la capacità attrattiva dell’isola nei confronti di nuovi imprenditori.
Tuttavia, questa espansione non sempre si traduce in stabilità. Il 4,4% delle aziende isolane chiude ogni anno: un tasso leggermente inferiore alla media nazionale (5,3%), ma che non restituisce pienamente la vulnerabilità tipica delle realtà emergenti, spesso più esposte al rischio di fallimento, soprattutto nei primi anni di attività.
Anche il panorama internazionale conferma la tendenza: circa il 90% delle nuove imprese innovative nel mondo non supera i cinque anni di vita, e la Sardegna non fa eccezione. Nel solo 2023, le realtà attive sull’isola sono passate da 218 a 201. Un calo significativo, che mette in evidenza la necessità di un cambio di passo, affiancando all’entusiasmo iniziale strumenti concreti di supporto, pianificazione e consolidamento.
Massimo Cugusi, esperto di internazionalizzazione e marketing territoriale, mette in guardia: “Molte di queste startup nascono da intuizioni brillanti, spesso da professionisti rientrati in Sardegna dopo esperienze all’estero. Ma manca un passaggio cruciale: un supporto manageriale strutturato. Non basta la tecnologia, serve una visione più ampia, che tocchi il modello di business, la strategia commerciale e l’accesso ai mercati internazionali”. Secondo Cugusi, il tasso di mortalità non dipende solo dalla “naturale selezione” tipica dell’imprenditoria, ma anche da una carenza sistemica di strumenti avanzati di pianificazione. “Le idee non mancano – osserva – ma occorre una pianificazione strategica di accompagnamento a costi sostenibili”.
Massimo Cugusi parla con l’esperienza di chi da oltre trent’anni lavora sul campo, affiancando imprese sarde nei processi di internazionalizzazione. In particolare, ha sviluppato una profonda conoscenza dei mercati del Medio Oriente, con un focus sull’Arabia Saudita, oggi al centro di una delle più ambiziose trasformazioni economiche globali grazie alla Vision 2030. “L’idea di un futuro oltre il petrolio – osserva – apre spazi enormi per competenze che anche un territorio come la Sardegna può offrire: artigianato evoluto, flessibilità produttiva, capacità progettuale, cultura del design e dell’innovazione.
Diverse imprese sarde stanno già esplorando questi mercati nei settori del turismo, della sostenibilità ambientale, dell’arredo e del digitale, portando valore e creatività in contesti altamente competitivi. “Le opportunità ci sono – sottolinea – ma non possiamo affidarle unicamente all’intraprendenza dei singoli imprenditori.”
In Sardegna, la stragrande maggioranza delle imprese è di piccola o micro dimensione, una caratteristica che rappresenta al tempo stesso una ricchezza e una sfida. “Per valorizzarne il potenziale – spiega – serve costruire un sistema più cooperativo, che favorisca la condivisione di risorse, obiettivi e competenze. Questo richiede visione, formazione mirata e un cambio culturale che metta al centro la crescita condivisa”. “Abbiamo bisogno di una nuova generazione di export manager – formati sul campo, con competenze geopolitiche, linguistiche e commerciali – in grado di costruire relazioni solide e interpretare le dinamiche dei mercati esteri”, osserva ancora Cugusi.


