
“I problemi non vanno raccontati. Vanno risolti. E chi dice che lo spopolamento delle aree interne è irreversibile ha già scelto di non fare nulla.”
Aldo Salaris, ex assessore regionale e oggi segretario regionale dei Riformatori Sardi, risponde così alla linea espressa dal governo Meloni – in particolare dal ministro Fitto – secondo cui in molti territori interni lo spopolamento sarebbe fisiologico, strutturale, inevitabile.
Nel Piano strategico nazionale per le aree interne si legge che, per un “numero non trascurabile” di borghi, non si possono porre obiettivi di rilancio, ma solo accompagnare un processo di abbandono. È una visione politica che ricorda, in forma rovesciata e del tutto opposta, il concetto ottocentesco americano di “destino manifesto”: non più espansione inevitabile, ma declino programmato. Quel destino manifesto che fu filosofia portante del pionierismo e della conquista del west, sembra declinata in salsa italiana in qualcosa di molto meno entusiasmante: una resa ideologica presentata come razionalità tecnica.
Salaris e i Riformatori contestano questa impostazione alla radice: “La politica serve proprio a cambiare quello che sembra inevitabile. E lo spopolamento non è un fenomeno naturale: è il risultato di scelte o di assenze. Ai problemi vanno trovate soluzioni”.
Il punto di svolta, secondo l’ex assessore, è stato due anni fa: “Con l’inserimento del principio di insularità nell’articolo 119 della Costituzione, i sardi hanno ottenuto la loro più grande conquista di parità. Ma nessuno ha ancora tradotto quella vittoria in azione. Serve scriverla, norma per norma. E farlo subito.”
La strada non è quella lunga e incerta di una riscrittura dello Statuto, ma quella concreta delle norme di attuazione: strumenti che consentono alla Regione di disciplinare materie oggi lasciate nell’ambiguità. “Abbiamo bisogno di misure rapide, efficaci, e soprattutto attuabili subito.”
Salaris richiama anche alcune misure adottate durante la precedente legislatura regionale, quando era assessore: contributi per l’acquisto della prima casa nei comuni sotto i 3000 abitanti, assegni di natalità, incentivi alle attività commerciali. “Sono iniziative che hanno prodotto effetti. Ma senza continuità non reggono. Servono almeno dieci o quindici anni per cambiare davvero le cose.”


