L’acqua non dimentica: il delitto del lago Omodeo
Manuel è già nel cortile della buca, ignaro. Lo distraggono con parole insulse, finte. Poi le ombre attaccano da dietro, lo colpiscono con ferocia. Un colpo, poi un altro, il piccone si flette sotto la forza, Manuel cade.
Alle 22:51, la microspia capta la voce tremante, Giada piange da sola, ormai complice del delitto. Le sue parole sono un rantolo nel buio: “Ho paura… ho paura che mi arrestino”. Il suo pianto è il primo vero testimone, ma ormai Manuel non c’è più. A casa, la madre chiama ma il telefono resta muto. Nessuna voce, nessun segnale. Nel cuore della notte, una stanza vuota diventa una cella di sospetti e terrore.
Manuel Careddu ha diciott’anni. Nasce a Macomer, in provincia di Nuoro, in una Sardegna che conosce bene il vento, la polvere e il silenzio delle madri che aspettano. Non ha nulla di straordinario, se non la sua normalità: una vita complicata, amici sbagliati, e quella voglia incerta di diventare adulto in fretta, troppo in fretta. Lascia la scuola, si arrangia con lavoretti, e da un po’ traffica con piccole quantità di hashish. Una moneta sporca da scambiare con chiunque possa offrirgli un briciolo di fiducia. Ma Manuel non è un delinquente. E’ solo un ragazzo. Uno che parla tanto. Forse troppo. Uno che deve recuperare 500 euro, e ha pagato quel debito con la vita.
Sua madre lo descrive come generoso, fragile, pieno di energia, ma facilmente influenzabile. Ha un cuore grande Manuel ma non sa difendersi. Ride forte, sogna poco, si arrabbia spesso. Vuole vivere. Ma non sa ancora come.
E in quell’autunno del 2018, mentre tutti preparano i libri per la scuola o progettano un weekend, lui diventa un agnello sacrificale.
Viene ucciso da ragazzi come lui, da volti che conosceva, da voci con cui aveva parlato fino a pochi giorni prima. Chi lo ha tradito non era un estraneo: erano amici, coetanei, compagni di sbronze o di messaggi. Ed è questo, più di tutto, a spezzare l’anima. Perché non c’è niente di epico nella storia di Manuel.
C’è solo un ragazzo qualunque, come tanti. E il suo nome, oggi, non è inciso su una statua. Ma è inciso nella memoria di una terra che ancora non sa come spiegarsi una morte così.
17 ottobre 2018.. Uno dei ragazzi coinvolti nell’omicidio, durante l’interrogatorio con i carabinieri, indica il luogo preciso. Nei pressi del lago Omodeo, tra i sassi e i cespugli secchi., la terra, lì, ha un odore strano. I carabinieri arrivano. Bastano pochi minuti e l’area si sigilla. C’è una buca, ma in realtà è una tomba.
Il corpo è in avanzato stato di decomposizione, la testa, spaccata. Il volto, cancellato.
Manuel non ha più un’identità riconoscibile, se non per i resti di vestiti e l’impronta tragica che lascia nei gesti di chi lo solleva. È irriconoscibile, ma è lui. Lo dicono i dettagli, lo dice l’orrore.
Sopra, dei teli, delle pietre, un tentativo maldestro di coprire ciò che l’umanità non si può permettere di guardare. I carabinieri scavano, fotografano. Raccolgono ogni frammento.
Il medico legale conferma: Manuel è stato colpito con violenza al capo, probabilmente alle spalle. Poi ancora, fino a farlo crollare. Nel frattempo, a Macomer, sua madre viene informata. Non servono parole, basta il tono. Basta l’attesa al telefono. È un urlo che non esce. È una madre che perde l’aria, il tempo, il figlio. Manuel non è morto da solo. È stato assassinato in gruppo, da chi lo conosceva. L’autopsia confermerà l’efferatezza.
Quella fossa diventa un altare sporco. E sopra, il cielo resta spento, testimone dell’orrore che nessuno potrà dimenticare.
Non c’è rabbia nei loro occhi e nemmeno vergogna. Quando entrano in aula, sembrano ragazzi qualsiasi. Facce giovani, sguardi bassi, qualche sbadiglio.
Eppure, sono loro gli assassini di Manuel. Gli stessi che hanno preso una vita e l’hanno sepolta nel fango. Gli stessi che hanno riso, scherzato, dormito, mentre un corpo marciva a pochi metri dal lago. Si chiamano Christian Fodde e Riccardo Carta, entrambi di Ghilarza. Fodde ha 23 anni ma è l’esecutore materiale del delitto. È lui a colpire Manuel con la pala e la piccozza. Carta, 26 anni, non alza un dito su Manuel, ma ha un compito fondamentale: tiene i cellulari dal luogo dell’omicidio, custodendoli lontano per non lasciare tracce GPS. Un piano studiato, lucido, consapevole. Con loro c’è anche Matteo Satta, pure lui di Ghilarza: accompagna Manuel all’appuntamento, ma resta fuori scena. Sa tutto, ma si defila. Anche lui ha una condanna: sedici anni e otto mesi. Poi ci sono i minorenni. Giada Campus, e Cosmin Nita. Sono lì, presenti e coinvolti.
Ricevono sedici anni di pena. Un branco: qualcuno di loro si è mai pentito?
Il processo comincia nel 2019 e si chiude solo nel 2022.
La Cassazione dichiara inammissibili gli ultimi ricorsi. Fine. Ergastolo per Christian Fodde, 30 anni per Riccardo Carta, 16 anni e 8 mesi per Matteo Satta, 16 anni per Campus e Nita. Durante l’udienza, la madre di Manuel li guarda. Ma in quell’aula gelida, la vera condanna è un’altra: l’assenza di coscienza, di umanità. Sono ragazzi cresciuti in una periferia di solitudini e disvalori, dentro un mondo che confonde il sangue con il rispetto. Li ha generati il vuoto, il nulla che riempie troppi cervelli giovani, illusi che basti un buco in terra per cancellare la vita.
Manuel non ha avuto il tempo di diventare un uomo. Aveva diciott’anni. Una mamma che lo aspettava ogni sera. Un futuro da sistemare, conti da pareggiare e forse qualche errore da pagare. Ma non così, non con la terra in bocca ne con il cranio spaccato. Non con un branco che ha deciso che la sua vita valeva meno di una partita di fumo. Gli hanno tolto tutto, la voce e poi l’hanno coperto con il fango, come si fa con la vergogna. Ma la vergogna, in questa storia, non è sua. È di chi lo ha attirato. Di chi ha scavato la buca prima ancora di colpire.
Di chi ha pensato che un piccone potesse mettere a tacere la verità. Di chi ha guardato, saputo, taciuto. Di chi ha avuto paura di parlare. Eppure, Manuel è rimasto nel lago, quel lago che sussurra ogni sera, a chi sa ascoltare.
Quel lago che ha visto tutto, e non ha più dormito. A noi ora resta solo il dovere di non farlo morire ancora, di lasciare che il suo nome cade nella prigione dell’indifferenza. Perché quando l’indifferenza prende il posto della memoria, allora sì, quella buca sarà servita a qualcosa: a seppellire la nostra coscienza.