DICE MONTALBANO. Fantasmi, riti oscuri e misteri dell’antica Cagliari

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Cagliari affonda le sue radici in un passato remoto, risalente a oltre 4300 anni fa, quando le popolazioni della cultura di Monte Claro già separavano l’argento dalla galena e producevano ceramiche di grande pregio. Il fascino della città non è dovuto solo alla sua antichità, ma anche al velo di mistero che avvolge la sua origine e le storie dei personaggi che l’abitarono. Il canonico Giovanni Spano, grande studioso del XIX secolo, ci ha lasciato preziose testimonianze sulla Cagliari della seconda metà dell’Ottocento.
Oggi la città si presenta trasformata: strade asfaltate, palazzi moderni, mercati e infrastrutture ne disegnano un volto diverso da quello antico. Molti edifici storici sono scomparsi o ridotti a ruderi quasi irriconoscibili: tra questi le chiese di San Francesco, Santa Margherita, San Bernardo, San Nicolò, la fontana di Santa Lucia, il Tribunale di Commercio e la cripta di San Guglielmo. Perfino la basilica paleocristiana di San Saturnino versa in condizioni compromesse. Eppure, i quartieri storici Stampace, Castello, Villanova e Marina, custodiscono secoli di vita e leggende, racconti che ancora oggi alimentano l’identità popolare.

San Benedetto sfugge alla classica categorizzazione storica. È un quartiere relativamente recente, divenuto simbolo della vita commerciale cittadina grazie al suo celebre mercato civico di via Pacinotti. Inaugurato il 1° giugno 1957, con i suoi 8000 mq su due livelli, è tra i mercati coperti più grandi d’Europa: al piano terra si trova il reparto ittico, al superiore quello ortofrutta, carni e alimentari.
Questo nuovo mercato nacque dopo la demolizione del vecchio impianto del Largo Carlo Felice, detto “Su Mercau Becciu”, costruito nel 1886 e punto d’incontro di intere generazioni di commercianti. Una figura simbolo del tempo era quella dei piccioccheddus de crobi, giovani che, in assenza di obblighi scolastici, contribuivano al sostentamento familiare trasportando la spesa in cesti (i crobi) per le massaie o le serbiroras. Famiglie storiche come i Farci, Masala, Strazzera, Troja, Puzzoni, Gatti, Rais e Secci iniziarono qui la loro attività commerciale.
Il quartiere, inizialmente rurale, vide i primi insediamenti negli anni ’30 nei pressi dell’odierna piazza principale. Solo negli anni ’50, a seguito della devastazione bellica e della necessità di nuove abitazioni, subì un rapido sviluppo urbanistico che lo portò ad assumere la forma poligonale che oggi vediamo, con al centro piazza San Benedetto e ai vertici piazza Repubblica, piazza Garibaldi e piazza Dante (poi dedicata a papa Giovanni XXIII).

Buona parte dell’area era un tempo occupata dagli orti del conte Viale, nobile residente nel quartiere Castello, in via Lamarmora (un tempo Contrada Dritta). Qui, presso il palazzo conosciuto come Su palaciu de is cincu concas, il “palazzo delle cinque teste” – così detto per i busti marmorei di imperatori romani della famiglia Giulio-Claudia incastonati nel portale – il conte Giovanni Battista Viale visse la sua parabola umana.
Nel 1820, al termine di una lunga causa contro il duca di San Giovanni, i suoi beni vennero pignorati: i mobili furono sequestrati, e perfino i formaggi nella cantina vennero inventariati, come riportano gli atti dell’epoca. L’edificio fu poi colpito da un incendio nel 1864, evento documentato negli archivi giudiziari. Alcuni reperti archeologici, tra cui un sarcofago appartenente a Caio Giulio Castricio, cavaliere cittadino, furono trovati negli orti del conte, ma scomparvero misteriosamente, forse trasferiti nella sua villa a Genova.
Nella moderna via Rossini, un tempo c’era un villino in stile liberty, circondato da un giardino. Rimasto disabitato per decenni, alimentò leggende oscure che ancora oggi popolano la memoria collettiva. Gli anziani del quartiere ricordano urla nel silenzio della notte, suoni di pianoforte e luci inspiegabili che si accendevano tra le stanze vuote. La villa era evitata da tutti, ma attirava i più temerari: piccoli piccioccus balentes che, per dimostrare coraggio, vi si introducevano raccontando poi storie da brivido

Le voci narrano riti satanici, orge, e persino omicidi. Si dice che i proprietari furono uccisi all’inizio del Novecento durante una rapina, i loro corpi abbandonati nella cantina e dimenticati. Altri sostengono che la villa fosse sede segreta di incontri tra personaggi dell’élite cittadina, coinvolti in pratiche oscure e crudeli. Alcuni racconti parlano di giovani contadini usati come vittime sacrificali, con le famiglie delle vittime che avrebbero infine compiuto una sanguinosa vendetta.
Si racconta che nelle stanze segrete, dipinte di rosso per nascondere le tracce di sangue, si consumassero riti perversi, e che nei sotterranei si trovassero passaggi nascosti che conducevano chissà dove. Come spesso accade in questi racconti, anche membri del clero sarebbero stati coinvolti, tra esorcismi e superstizioni. Gli ultimi anziani del quartiere giurano ancora di aver udito, da bambini, storie di fantasmi intrappolati nella casa, spiriti inquieti che infestavano le abitazioni vicine.
La villa fu infine demolita negli anni ’80, e al suo posto sorsero nuove costruzioni. Ma le leggende non sono scomparse: sopravvivono nei racconti tramandati, nelle memorie sussurrate di chi visse quei luoghi, e continuano ad alimentare l’immaginazione delle nuove generazioni. Tra realtà storica e suggestione popolare, Cagliari conserva nei suoi quartieri l’anima inquieta di una città antica, dove ogni angolo può nascondere un segreto.

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