
Il silenzio che avvolge la campagna veneta non è mai stato così pesante, non è un silenzio naturale e la terra sembra trattenere il respiro.
È l’inverno del 1994. I filari spogli tagliano l’orizzonte, i canali sono torbidi, e l’aria sa di umido. A Terrazzo, un minuscolo paese in provincia di Verona, tutti si conoscono, ma nessuno guarda con attenzione. C’è una casa ai margini, un casolare a due piani circondato da siepi, molto alte, da recinti improvvisati e finestre sbarrate. Di giorno sembra abbandonata, di notte una luce sola si accende, è sempre la stessa, quella al piano di sopra. I vicini non chiedono.
Il ragazzo che ci abita non dà fastidio, non alza mai la voce, ogni tanto si ferma a parlare con i vicini di stalla, ha modi gentili, educati, anche troppo.
Un tipo schivo, che gira sempre in auto da solo, con la radio spenta. Eppure, in quel casolare, c’è un odore che persiste, odore di carne marcia e incenso. E nessuno lo sa ancora, ma quella puzza, non è mai uscita da lì, perché in quel silenzio, qualcosa si muove. E ha iniziato molto prima, prima che il sangue macchiasse le pareti, prima che le foto parlassero da sole, c’era un bambino. E quel bambino aveva un nome.
Gianfranco Stevanin nasce il 2 ottobre 1960, a Montagnana, Padova.
È un bambino come tanti: capelli chiari, occhi vivi, curioso. I primi quattro anni li passa tra i campi assolati della campagna veneta, ma la quiete dura poco. I genitori, Noemi e Giuseppe, lo mandano in collegio dai preti. Dicono sia per educarlo meglio, la madre è incinta, ma la gravidanza si chiude con un aborto. Quando torna a casa, Gianfranco inizia le elementari. È socievole, sveglio, fa amicizia facilmente. Poi, a sette anni, un primo taglio al destino, si ferisce alla testa con un attrezzo agricolo, quattro punti. I genitori, spaventati, lo rispediscono in collegio, stavolta da suore, ci resta fino al primo anno delle superiori. Poi nel novembre del 1976 tutto cambia. Un incidente in moto, una frattura frontale con trauma cranico grave. Lo operano d’urgenza. Gianfranco riporta una lesione bilaterale ai lobi frontali. I medici parlano di danni alle vie nervose del sistema limbico e da quel momento le crisi epilettiche non si sono mai fermate. Il ragazzo rientra a casa diverso.
Niente più motocross, niente più amici, ad aspettarlo solo forti emicranie, e una madre sempre più oppressiva. Gianfranco non riesce più a concentrarsi, e per questo abbandona la scuola, e il mondo attorno a lui comincia lentamente a sbiadire. L’unico calore che ricorda è quello di una ragazza, la sola che abbia mai amato. Ma anche quello, presto, gli verrà strappato via.
Nel 1980 Gianfranco ha vent’anni. Nel buio più profondo della sua vita entra una luce: si chiama Maria Amelia. È giovane, dolce ma malata. Lui la ama, Amelia è l’unica che riesca a bucare la sua corazza. Stanno insieme cinque anni, lei è il suo unico, vero amore.
Ma la madre non approva, troppo malata, troppo “non all’altezza”.
I genitori fanno pressione, e alla fine Gianfranco cede e lascia Maria.
Da quel momento, nessuna donna avrà più un nome per Gianfranco, e nessun volto durerà abbastanza da rimanere impresso. Ogni contatto sarà breve, frettoloso, consumato. Lui cerca Maria in ogni corpo, in ogni sguardo, ma non la ritroverà mai più.
Comincia a frequentare prostitute, con loro può controllare tutto, e il rischio di un rifiuto non esiste. Ma sono solo atti, spogli, crudi e vuoti.
Ma anche lì, qualcosa sembra stonare, la frustrazione si mescola alla rabbia. E quella rabbia diventa silenziosa, invisibile, ma cresce. Nel suo casolare, le lenzuola iniziano ad assorbire più del sudore, e nelle fotografie, i volti si spengono prima dei corpi.
Lo chiamano il casolare, ma più che un casolare, è una tana.
Tra le mura umide e le travi che odorano di vecchio, Gianfranco Stevanin costruisce il suo regno privato. Ogni stanza è un’estensione della sua mente: ordinata, malata, ossessiva.
Su ogni parete appende un pezzo di sé: santini, immagini pornografiche, cinture di cuoio, biancheria intima, riviste sdrucite, lettere erotiche. Annota tutto Gianfranco, per ogni donna, redige una scheda minuziosa: nome, data, posizione preferita, gradimento delle prestazioni, voto finale. Nomi e volti schedati come materiale d’archivio. Le chiama “le mie donne”, sono i suoi oggetti da collezione. È qui, tra quelle mura isolate di Terrazzo, che comincia a portare le prostitute, e sempre qui le fotografa, le filma, le domina. Alcune accettano il gioco, altre no. Gianfranco pretende che si lascino bendare, legare, umiliare, e quando non accettano, nella sua testa scatta qualcosa.
Le prime spariscono nel silenzio.
15 gennaio 1994. Claudia Pulejo esce di casa, ha 23 anni. E’ tossicodipendente e fragile, e a volte si prostituisce per una dose. Ma quel giorno Claudia non cerca clienti, va da Gianfranco Stevanin. Lui la conosce, da tempo, c’è una confidenza tra loro. Claudia vuole solo qualcosa per calmare l’astinenza, e lui le promette aiuto. Le propone in cambio alcune fotografie, lei accetta, e dopo entra nel casolare. Claudia non torna più a casa. Per mesi è solo un volto sui volantini, un nome tra i dispersi, e per un anno intero di lei non rimane nulla, solo silenzio. La morte, ormai, ha una tecnica e ha la forma di ritagli di pelle e capelli conservati in sacchetti, dentro una stanza dove la vita entra ma non esce. Ma il sangue non si può archiviare, e presto, il primo corpo riaffiora dalla terra come un segreto marcito.
31 luglio 1994. Terrazzo, campagna veneta.
Il sole batte sulle zolle di terra secche. Un contadino scende nel fosso per liberare il canale ostruito, subito il piede affonda nel fango, poi si blocca. Sotto le sue dita non trova terra ma pelle, un lembo umano. È il corpo di una donna, gonfio, tumefatto, irriconoscibile, spinto a galla dalla decomposizione. Nuda, abbandonata come un rifiuto.
Ci vorranno settimane per darle un’identità. Si chiama Blazenka Smoljo, origini slave, nessun parente la cerca. Di lei si sa poco, forse faceva la prostituta, forse no. Non c’è nessun documento e non è presente alcuna denuncia. Solamente un corpo in un fosso coperto da un mucchio di mosche. L’autopsia dice poco, il tempo ha cancellato le prove, ma una cosa è chiara: non è una morte naturale, e ciò che è certo è che, chi l’ha portata fin lì ha voluto cancellarla. Gli investigatori cominciano a scavare, cercano il punto di partenza, non sanno però che la pista non è su quella strada, ma è più a nord, in un casolare. Dove c’è un uomo che colleziona capelli, schede, ossa. E Blazenka non è sola, perché a pochi metri da lì, sotto altra terra, c’è un’altra donna. Si chiama Biljana Pavlovic, e lui la stava aspettando.
12 novembre 1994. Terrazzo, provincia di Verona.
Una ruspa affonda nel terreno molle, all’estremità di un podere. Un colpo sordo, il metallo urta qualcosa. Arrivano i carabinieri, scostano la terra. Appare un sacco nero di plastica sigillata con nastro adesivo. Lo aprono, dentro un corpo di donna, rannicchiata, legata avvolta come un oggetto da nascondere. Si chiama Biljana Pavlovic, ex Jugoslava, 26 anni, prostituta. Era sparita da mesi e nessuno l’ha cercata. Nessuno, tranne un nome annotato su una scheda ritrovata in un cascinale, quel nome è Gianfranco Stevanin.
Notte fonda, 16 novembre 1994.
Una donna cammina sola lungo la statale, l’aria taglia la pelle, i fari delle auto sfrecciano veloci, indifferenti. Si chiama Gabriele Musger, ha 28 anni, è austriaca. E’ una prostituta, ma più che altro è un’anima in cerca di qualcosa. Un uomo si accosta con la macchina, ha l’aspetto tranquillo, parla piano, sembra gentile. “Ti va di fare qualche foto? Ti pago bene.”
Lei lo guarda, esita, poi annuisce e sale. La casa è in aperta campagna, un casolare isolato Terrazzo. Dentro odora di chiuso, di sesso vecchio e muffa. Appena varcata la soglia, l’atmosfera cambia, l’uomo non è poi cosi gentile.
La invita a spogliarsi, la fotografa, le propone giochi erotici, poi le chiede di farsi legare.
Lei si rifiuta, lui estrae una pistola, le urla addosso, le mette le mani al collo, la minaccia. Gabriele è lucida, finge. Finge di accettare e gli dice che può dargli 25 milioni di lire, se la riaccompagna a casa. Lui ci crede, e sale in macchina con lei.
Ore 2:30 del mattino, Casello autostradale di Vicenza Ovest. Mentre Stevanin paga il pedaggio, lei apre la portiera e fugge, scalza, terrorizzata, verso una pattuglia della polizia stradale. Grida, piange e racconta. “Mi voleva legare… mi ha minacciato con una pistola”
I poliziotti la ascoltano, dubbiosi, fermano l’auto, dentro la pistola è un giocattolo e lo rilasciano. Ma poi qualcosa non torna, le versioni coincidono, i luoghi pure. E’ lui. Con il suo racconto Gabriele ha scavato la prima vera fossa.
Ora la pista è chiara. I morti parlano, anche sotto terra, e lo fanno attraverso nomi, date, mappe e carne. I carabinieri perquisiscono il podere che è un cimitero dissimulato, nascosto tra alberi e fango, dove la morte viene sepolta con metodo.
Nel casolare di Terrazzo, i carabinieri scoperchiano l’inferno.
Settemila fotografie, corpi in posa, schede compilate a mano, nomi, età, preferenze sessuali, giudizi come voti scolastici, Un archivio della carne. E Stevanin? Fotografava e conservava e nel frattempo preparava lo spazio per la prossima. Solo parti smembrate, accatastate come scarti. Poi, i sacchetti. Capelli biondi, peli pubici, unghie. «Mi piaceva vederle lisce, senza peli. Come bambine, volevo farci un cuscino», spiega Stevanin. Una delle vittime è rasata, mutilata nelle parti intime, un’altra è fatta a pezzi: braccia, gambe, testa. Il tronco? Mai ritrovato.
Due donne, nessuna identità. Solo la certezza di essere finite lì, dopo una notte con lui.
E la perizia conferma: strangolamento durante atti sessuali estremi, giochi che non finiscono, giochi che si trasformano in necrologi. Il 1 dicembre 1995, in un terreno della famiglia Stevanin, gli agenti scavano, e trovano lei, Claudia Pulejo, nuda, soffocata.
Gianfranco Stevanin siede composto, vestito bene, lo sguardo fermo. Il suo processo inizia nel 1997, ma il mostro ha già condannato se stesso molto prima. Dietro di lui, sei donne senza volto. Alcune mai identificate, altre riconosciute dai resti. La difesa punta il dito contro il trauma cranico, per un istante la follia diventa alibi. I giudici lo ascoltano, i periti parlano di parafilie, necrofilia, disturbo di personalità. Ma lui, con voce monotona, spiega tutto. «Io non ho mai ucciso. Morivano durante i giochi. Non volevo, non lo facevo apposta.
E ancora: «Quando una moriva, la fotografavo. Così restava con me.»
A parlare sono i suoi gesti, le sue mani, i sacchetti. Le mappe dei ritrovamenti. Le schede con frasi tipo: “Bella, ma poco fantasiosa. Voto 5.”
Nel 2001, la Cassazione lo condanna a l’ergastolo. La diagnosi: imputabile, pienamente cosciente, freddo. Nessun pentimento. «Non so chi fosse. Ma la strangolai mentre facevamo l’amore.
Poi lasciai il corpo un paio di giorni. Dopo presi un taglierino, le tagliai le gambe, le braccia, la testa. Le rasai il cranio.» «Non mi interessava il sangue, mi interessava il ricordo.»
Oggi è detenuto a Bollate. Parla di Dio e dei genitori. Ma non delle donne sepolte, non di quelle senza nome. E dentro di noi, resta la domanda più scomoda: quanto male può nascondersi in un uomo che non alza mai la voce? L’orrore non ha sempre l’aspetto del mostro. A volte ha la voce calma, e a volte porta con se un album fotografico.