Il delitto di Gianni Versace- la mano di Andrew Cunanan

Andrew Cunana 1

Il sole di Miami si sveglia sotto un cielo che sembra dipinto, ma è un cielo che non perdona. E’ la mattina del 15 luglio 1997 e il sole cala a picco sulle facciate pastello degli hotel art decò di Ocean Drive. Le palme oscillano appena, l’aria sa di mare e il vento porta con sé il profumo dolciastro della salsedine. I turisti fanno jogging, le modelle sfrecciano sui pattini a rotelle, i corpi scolpiti dei ragazzi brillano di sudore. È l’America da cartolina, scintillante e irreale, che illude di immortalità.
Ma sotto quell’apparenza abbagliante, si annida un silenzio inquieto.
Due esplosioni secche squarciano la strada. Non sono petardi, non è un motore che scoppia, sono colpi di pistola che rimbombano contro le facciate degli hotel e si incastrano nel brusio della città come fendenti improvvisi.
I gabbiani si alzano in volo, un’ombra improvvisa cade sul paradiso artificiale di Miami Beach. E in quell’ombra, inizia la fine di un mito.

Il sangue sui gradini di Casa Casuarina

Sono le 9:05 del mattino, martedì 15 luglio 1997.
Ocean Drive viene squarciata da due detonazioni secche. Non c’è il tempo di capire, non c’è il tempo di reagire. Tutto accade davanti al cancello della sontuosa Casa Casuarina, la famosa villa rosa. Sul marmo dei gradini, le prime tracce: una mazzetta di giornali sparsi, occhiali da sole con montatura nera, un paio di sandali caduti in disordine. Poi, una macchia scura che si allarga sul marciapiede.
Il primo colpo ha raggiunto la vittima alla base del collo, poco sotto l’orecchio destro, il secondo ha attraversato il volto, fermandosi accanto al naso. A sparare è stata una pistola semiautomatica calibro 40, caricata con proiettili Golden Sabre, capaci di abbattere un bue. La forza del contraccolpo è stata tale da farlo ruotare su se stesso, come una marionetta, prima che crollasse a terra. L’arma era così vicina da lasciare segni di bruciatura sulla pelle. Accanto al corpo, a pochi metri, giace una colomba bianca, le ali sono sporche di sangue, il becco piegato verso l’asfalto. Un’immagine che molti, quel giorno, leggeranno come un messaggio oscuro, un simbolo impossibile da ignorare. Il volto viene riconosciuto, non è un uomo qualunque, è lui, il genio della moda italiana, colui che ha vestito i sogni del mondo, quel volto è Gianni Versace. Ma per capire chi fosse davvero quell’uomo, e cosa rappresentasse, bisogna tornare indietro, tornare al ragazzo che, molto prima delle passerelle e delle star, imparava a cucire nella p

L’uomo che vestiva i sogni

Gianni Versace nasce il 2 dicembre 1946 a Reggio Calabria, una città che porta ancora addosso le ferite della guerra. È figlio di Antonino, commerciante, e di Francesca, sarta. Non ama la contabilità né il lavoro del padre: il suo mondo è la sartoria di famiglia, il piccolo laboratorio nel centro della città dove la madre confeziona abiti per la borghesia locale. È lì che Gianni cresce, seduto accanto alle macchine da cucire, tra fili colorati e stoffe pregiate. È lì che impara che un abito non è solo un vestito, ma è un racconto, simbolo, identità.
Ma la Calabria degli anni cinquanta è intrisa di patriarcato e moralismo cattolico, e l’omosessualità, non è solo un tabù, ma una condanna sociale. Gianni non vede l’ora di scappare. A vent’anni lascia il Sud e arriva a Milano, capitale della moda, con il talento cucito addosso e l’ambizione di trasformare la sua visione in un impero. Nel 1978 presenta la sua prima collezione. È uno shock: colori accesi, tagli arditi, tessuti che gridano modernità, nessuno aveva mai osato così tanto. L’Italia, che ancora viveva di eleganza sobria, scopre una sensualità barocca e sfacciata. Negli anni Ottanta e Novanta, il nome Versace esplode: Madonna, Elton John, Naomi Campbell, Lady Diana. Celebrità e icone si contendono le sue creazioni, e il logo della Medusa diventa sinonimo di lusso sfrenato. Gianni ha costruito un mito, ma come ogni mito, è vulnerabile, la sua fama tocca il cielo, e un’ombra sta già preparando la sua discesa.

Lo specchio e la maschera

Uno specchio restituisce sempre un’immagine, ma non è mai la stessa che abita dentro di noi. C’è chi lo usa per contemplarsi, chi per ingannare, chi per inventarsi un volto che la realtà non concede.
Andrew Cunanan davanti allo specchio non vede mai se stesso, vede un principe decaduto, un figlio di nobiltà immaginaria, un ragazzo destinato a brillare tra i ricchi, tra i potenti, tra coloro che non conoscono limiti. La sua era un’identità liquida, costruita a colpi di menzogne e di seduzioni.
Gli amici lo chiamavano “camaleonte”, perché cambia pelle a seconda del contesto. In una sera può essere il rampollo filippino di antica stirpe, il giorno dopo il giovane intellettuale raffinato che cita Shakespeare, la notte successiva un amante servizievole pronto a compiacere uomini molto più grandi e molto più ricchi di lui. Ma dietro quella maschera, però, ribolliva un vuoto, un senso di inadeguatezza feroce, che lo divora dall’interno. Andrew ha bisogno di riconoscimento, di ammirazione, di essere visto e desiderato. Ogni bugia è un mattone in più di un castello che non regge il peso della realtà, e come spesso accade, quando il castello inizia a crollare, le macerie travolgono tutto ciò che si trova intorno. Le prime crepe, nel mondo illusorio di Cunanan, iniziano molto presto.

Il principe senza regno

Andrew Philip Cunanan nasce il 31 agosto 1969 a National City, un sobborgo di San Diego. Suo padre, Modesto “Pete” Cunanan, è un filippino emigrato negli Stati Uniti che ha servito come militare nella guerra del Vietnam. La madre, Mary Ann Schillaci, è di origini siciliane, cattolica fervente e ossessivamente devota al figlio. In casa, Andrew non è un bambino qualunque: è il prescelto. Gli comprano i vestiti più eleganti, lo trattano come un piccolo re.. Andrew cresce convinto che il mondo gli appartenga, ma la realtà attorno a lui è ben diversa: la famiglia è fragile, economicamente instabile, e quel lusso ostentato è solo facciata. Quando Pete abbandonerà moglie e figli per tornare nelle Filippine, lasciandosi dietro debiti e disonore, la maschera comincerà a scivolare via dalla faccia. Già adolescente Andrew, impara a mentire con disinvoltura. Eppure, dietro lo sguardo brillante e l’ironia tagliente, si nasconde una fame insaziabile: essere qualcuno.
San Diego diventa presto il suo palcoscenico. Nei locali gay si presenta come Andrew Da Silva, inventando biografie che cambiano a seconda dell’occasione. È affascinante, colto, spiritoso: conquista uomini più grandi, li intrattiene, li seduce. Inizia così la sua vita da mantenuto, tra appartamenti lussuosi e macchine costose pagate da altri. Ma non basta mai, dietro l’immagine scintillante, Andrew resta prigioniero di un vuoto feroce, di un bisogno ossessivo di approvazione.

Gli amori spezzati

San Diego, primi anni Novanta. Andrew Cunanan è al centro della scena gay: brillante, elegante, sempre pronto a raccontare storie che incantano e a cambiare volto come un attore navigato. È lì che incontra Jeff Trail, ex ufficiale della Marina, giovane, leale, onesto. Jeff non è uno dei tanti, è l’esatto contrario del mondo effimero che Andrew frequenta: concreto, affidabile, capace di offrirgli un’amicizia sincera. Per Andrew diventa più di un amico: un fratello, un punto di riferimento. Ma per un uomo che si nutre di maschere e bugie, un legame così limpido è al tempo stesso un dono e una minaccia. Poi c’è David Madson: architetto di Minneapolis, bello, affascinante, ma soprattutto il primo uomo che Andrew dice di aver amato davvero. Con David costruisce una relazione tormentata, fatta di passione e menzogne, di promesse e tradimenti. David lo conosce a fondo, troppo a fondo, e col tempo sceglie di allontanarsi.
Quando Jeff e David prendono entrambi le distanze, il castello di Andrew comincia a crollare. Restano i debiti, le menzogne, la solitudine. Ma soprattutto resta l’umiliazione, il marchio del rifiuto, quello che per Cunanan è peggio della morte. Nella sua mente, l’amore negato si trasforma in ossessione, e quell’ossessione diventerà la scintilla di un massacro che travolgerà chiunque osi spezzare l’immagine che lui ha costruito di sé. Il 1997 è alle porte, e Andrew Cunanan sta per compiere il salto definitivo, da cacciatore di attenzioni a cacciatore di vite.

La spirale di sangue

Quando nell’aprile del 1997 Andrew Cunanan prende un aereo per Minneapolis. Nella sua mente Jeff Trail e David Madson, sono ancora li pronti ad accoglierlo. Andrew arriva convinto che troverà attenzioni, non capisce invece che entrambi hanno scelto di allontanarsi da lui. Jeff lo evita, David è stanco delle sue bugie, ma Andrew non accetta il rifiuto. È la notte del 27 aprile 1997, nell’appartamento di David Madson, l’aria è satura di tensione. Andrew Cunanan è lì, con Jeff Trail. Nessuno saprà mai con certezza come sia iniziata la discussione, probabilmente un confronto esploso all’improvviso. Poi, il punto di non ritorno: Cunanan afferra un martello dalla cassetta degli attrezzi e lo abbatte con ferocia sul cranio di Jeff Trail. Colpo dopo colpo, la stanza si trasforma in un macello. Jeff crolla a terra, il volto devastato, il sangue che macchia il tappeto, i muri imbrattati da schizzi scuri e brandelli di materia cerebrale. David assiste, paralizzato dall’orrore, l’uomo che ha amato, ora è un carnefice. Cunanan è fuori controllo. Per due giorni, David resta prigioniero del suo carnefice, vive accanto al cadavere dell’amico, chiuso in casa con Andrew, che alterna dolcezza e minacce, promesse e follia, e il terrore costante di essere il prossimo. Il 29 aprile, lungo la riva di un lago poco fuori città,l’incubo si compie. David Madson viene trovato morto, colpito a bruciapelo da due proiettili. Per gli investigatori, è chiaro: Andrew Cunanan è in fuga.

Il terrore corre in America

Minneapolis è alle spalle, Andrew Cunanan è in fuga.
Il 3 maggio 1997, in un elegante quartiere di Chicago, bussa alla porta di Lee Miglin, 72 anni, magnate dell’immobiliare. I due si sono conosciuti in precedenza nell’ambiente dei “ragazzi di compagnia”. Nel garage di casa, la violenza esplode senza preavviso. Miglin viene legato ai polsi, la testa fasciata di nastro fino a lasciargli soltanto due fori per respirare; poi le prime coltellate profonde, inferte con un cacciavite. Non è abbastanza: Cunanan afferra una sega da giardino ad arco e gli squarcia la gola. Le costole si spezzano; il pavimento si macchia, le
superfici si riempiono di schizzi, la stanza puzza di ferro e carburante. Quando lo troveranno, il corpo sarà sotto l’auto nel garage. Le ricostruzioni dei fatti parleranno di cinque passaggi del veicolo sul torace che avrebbero contribuito a frantumare le costole. Cunanan non fugge subito, poi ruba la Lexus verde di Miglin e scompare.
La rotta lo porta a est. Il 9 maggio, a Pennsville in New Jersey, Cunanan ha bisogno di un altro mezzo, questa volta la vittima è William Reese, custode del Finn’s Point National Cemetery. Un colpo alla testa, rapido. prende il pickup rosso e riparte. Da una villa dorata della Gold Coast a un ufficio di cimitero lungo la Turnpike. Ora Cunanan punta verso sud: Miami lo sta aspettando.Andrew Cunanan non è più un ricercato: è il nemico pubblico numero uno L’FBI diffonde il suo volto ovunque, lo chiamano “killer camaleonte”

Miami: il cerchio si chiude

È a maggio che arriva a Miami Beach. Sceglie un albergo che porta con sé l’odore del fallimento: il Normandy Plaza Hotel Andrew vi resta per più di due mesi, chiuso tra junk food, bottiglie di Coca-Cola, televisione accesa e paranoie crescenti.
Intanto, a soli 60 isolati di distanza, c’è la villa di Gianni Versace, “Casa Casuarina”: marmi rosa, mosaici dorati, giardini rigogliosi. Due mondi paralleli che stanno per collidere. La mattina del 15 luglio 1997 è limpida, il sole già brucia l’asfalto di Ocean Drive. Gianni Versace, sta rientrando con le riviste sotto braccio, appena comprate. Indossa una camicia chiara, sandali neri, occhiali da sole. All’improvviso una voce lo richiama: “Signor Versace?” Versace si volta, dietro gli occhialo scuri lo sguardo è infastidito. Gianni non lo riconosce. Per Cunanan questa è l’ennesima umiliazione. Parte il primo colpo,lo centra al collo, appena sotto l’orecchio destro. Il contraccolpo è devastante, il corpo di Versace compie una pirouette e crolla all’indietro come una marionetta senza fili. Il secondo proiettile lo colpisce al volto, vicino al naso. Gli occhiali neri rotolano sui gradini, le riviste si spargono a terra, macchiate di sangue.

L’ultimo atto

Una chiazza scarlatta si allarga tra i mosaici rosa del marciapiede. Ocean Drive esplode nel caos.. Gianni Versace, giace riverso sul marmo, con la mano aperta. Dopo gli spari su Ocean Drive, la fuga di Andrew Cunanan dura solo pochi giorni. La sua faccia campeggia sui muri delle stazioni di polizia, è l’America intera a cercarlo. Ma lui non è in Messico, non è in Canada, non è fuggito oltre oceano. È a pochi chilometri dalla villa di Versace, nascosto dentro una houseboat di lusso presa in affitto a Miami Beach. Il 23 luglio 1997 le forze speciali circondano l’imbarcazione. I fucili spianati: “Police! Come out!”. La casa galleggiante è blindata, trasformata in una trappola.. All’interno, Cunanan sente il cerchio stringersi, per lui non c’è più scampo.
Un colpo solo, secco, rompe il silenzio. La pallottola calibro 40, la stessa con cui ha ucciso Gianni Versace, ora attraversa la sua testa. Quando gli agenti irrompono, lo trovano riverso sul letto, il volto devastato, il sangue che impregna i cuscini. Sul comodino, uno specchio infranto: l’ultima immagine che Andrew Cunanan ha visto è stata la sua. Con lui muore anche la verità, e muore anche la chiave per aprire davvero il labirinto della sua mente. Andrew Cunanan muore con un solo colpo, lasciando domande che non avranno mai una risposta, Gianni Versace muore, ma resta per sempre nella memoria e nello splendore delle sue creazioni.

prova
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