Il Nano di Termini: Domenico Semeraro
Roma, anni ’70.
La capitale è un mosaico rumoroso: quartieri popolari, cinema, luci al neon, strade affollate di sogni. Domenico arriva da Ostuni con un diploma e un rancore che gli brucia nello stomaco. Vuole rinascere, non più il nano deriso ma un uomo rispettabile. Si inventa mille vite: professore di applicazioni tecniche, tassidermista, cultore di scienze occulte, persino attore per un lampo di gloria. Si presenta con un biglietto da visita infinito, più lungo di lui. Se la natura gli ha negato il corpo, userà la parola per elevarsi sugli altri. All’inizio incuriosisce, poi inquieta. C’è chi lo considera brillante, chi lo descrive torbido e viscido. Alimentare quell’ambiguità gli piace: più la gente non riesce a inquadrarlo, più lui si sente potente. Mentre insegna, sussurrano che spii nei bagni delle studentesse, che attiri ragazzi in casa sua con la scusa delle ripetizioni. Non è il corpo a contare, ma la sua capacità di avvolgere l’altro come un serpente. Intanto coltiva passioni oscure. La tassidermia non è solo mestiere: è filosofia. Dare nuova vita a ciò che è morto. E lo stesso schema comincia ad applicarlo agli esseri umani, ragazzi vivi ma imbalsamati nell’anima, manovrati come marionette. Ma dietro quel sorriso brucia l’odio. È allora che decide di diventare altro: seduttore di ragazzi da plasmare e consumare. E quando un giovane dagli occhi scuri busserà al suo laboratorio, rispondendo a un annuncio, Domenico capirà che il momento è arrivato.
Estate 1986.
Nel laboratorio di via Castro Pretorio l’odore di formalina impregna ogni cosa. Domenico attende. L’orologio scandisce i secondi, un rumore al campanello, passetti veloci, la porta che si apre. Sulla soglia compare un ragazzo. La luce lo disegna come un’apparizione: occhi neri e profondi, labbra carnose, un corpo scolpito, sinuoso. Si chiama Armando Lovaglio, ha diciassette anni, viene da Casal Bruciato. Studente, figlio di un autista d’autobus e di una madre che lo aspetta a tavola ogni sera. Un ragazzo semplice, che sogna solo una moto, un pezzo di libertà tra le mani.
Quando Domenico lo vede resta muto. Per un istante dimentica la sua statura, le umiliazioni, il mondo che lo ha sempre guardato dall’alto in basso. Davanti a lui non c’è più il nano, ma un uomo al cospetto di un dio.
«Cerco lavoro, vengo per l’annuncio sul giornale» dice Armando. La voce è sicura, ma gli occhi tradiscono l’ingenuità. Domenico sorride, lo lascia entrare, in quell’attimo sa che niente sarà più come prima. Tutti i ragazzi passati dal suo laboratorio erano stati pedine, giocattoli, non Armando, Armando è un capolavoro. Tra bisturi e animali imbalsamati, Mimmo ha trovato la sua nuova creatura. E proprio da quell’incontro, silenzioso e fatale, comincia la gabbia per quel ragazzo.
Armando entra curioso, ingenuo. Non sa che quel passo sul pavimento consumato del laboratorio segna l’inizio della sua prigionia. All’inizio sembra tutto innocente, Domenico lo lusinga, lo ascolta, gli regala attenzioni. Per un ragazzo abituato agli schiaffi paterni e al silenzio materno, quell’adulto diventa rifugio. Poi arriva la seduzione lenta. Domenico non ha bellezza né statura, ma possiede il carisma vischioso di chi sa insinuarsi nella mente. Gli promette avventure, libertà, un mondo nuovo. Ma con le parole costruisce una gabbia invisibile. Il passo successivo è la pozione. «È speciale, ti farà viaggiare, prendila!» sussurra Mimmo. In realtà è darkene, un ansiolitico devastante: disinibisce, crea dipendenza. Armando lo ingoia ignaro, e presto è steso sul letto, nudo, incapace di reagire. Mentre lui chiude gli occhi, convinto di vivere un rito iniziatico, Domenico lo consuma come il suo trofeo proibito.
Il giorno dopo arriva il premio: la moto tanto sognata. «È tua!» annuncia Mimmo. Armando stringe il casco, corre a casa. Ma il padre lo blocca: «Non dirmi che stai ancora da quel nano! Vergognati!» parte uno schiaffo secco, umiliante. Armando piange, In quel momento la serratura scatta: «Ha ragione Mimmo. Qui non posso restare.» Così lascia la famiglia e si rifugia dall’imbalsamatore. Da quel giorno la sua vita non gli appartiene più, la gabbia è chiusa, e nessuno sa dove sia la chiave.
Roma soffoca sotto il caldo estivo. Nel laboratorio impregnato di formalina, Domenico ha bisogno cerca un nuovo volto da inserire nel suo teatro privato. Così pubblica un annuncio: “Cercasi segretaria per laboratorio scientifico. Gradita presenza curata.” A bussare alla porta è: Michela Palazzini. Sedici anni, alta, bionda, elegante. Domenico l’ha voluta così: di bella presenza. All’inizio le assegna compiti innocui, archiviare carte e documenti, ma presto la verità affiora: non cerca una segretaria, ma una pedina. Michela viene trascinata in un vortice di giochi perversi. Domenico la spinge a posare in foto oscene, a partecipare a riti erotici con Armando. «Avvicinati… guardalo negli occhi» comanda con la macchina fotografica in mano, il flash che scatta ossessivo. Ogni immagine diventa ricatto e prova di dominio.
Una sera, però, qualcosa cambia. Mentre Mimmo scatta, vede Armando fissare Michela con uno sguardo diverso: non più quello vuoto del ragazzo obbediente, ma vivo, acceso e Michela ricambia. Le labbra si cercano, si sfiorano, il loro non è più un gioco: è amore. Per Domenico è la sconfitta peggiore. Lui, che ha manipolato e drogato, ha finito per creare con le proprie mani la cosa che non potrà mai avere, l’amore. Ed è da quell’istante che la sua ossessione si trasforma in odio.
Per Domenico, Michela è una serpe. Si insinua tra lui e Armando, lo guarda negli occhi senza paura, gli strappa tempo e affetto. È una presenza che non si lascia domare. Mimmo reagisce stringendo la morsa. Usa droghe, fotografie compromettenti, ricatti. Li costringe a posare per foto degradanti, a obbedire a comandi umilianti. Vuole Armando incatenato alla vergogna e Michela schiacciata dal ricatto. Ma la realtà è un’altra: più Domenico alza la voce, più i due ragazzi si stringono. La paura diventa complicità, il disgusto si trasforma in solidarietà. Giorno dopo giorno, l’amore cresce come fiamma che nessuna minaccia può spegnere.
Per Mimmo è una beffa, le sue marionette hanno preso vita. Armando e Michela ora si appartengono. Il laboratorio non è più il regno dell’incantatore di serpenti. È un’arena di dominio e amore, una gabbia che si stringe attorno a tutti. E nella mente di Domenico si fa strada un pensiero oscuro, che lo divora e lo ossessiona:
se non posso avere Armando, li distruggerò.
Agosto 1988.
Il sole incandescente brucia Ostuni, le case bianche riflettono la luce accecante. Domenico torna nel suo paese, trascinandosi dietro Armando e Michela. La scusa è una vacanza, ma in realtà è un viaggio nel cuore della sua ossessione. Armando è diviso: da una parte la devozione al “maestro”, dall’altra l’amore crescente per Michela. Lei invece porta addosso una ferita insanabile: in ospedale, proprio ad Ostuni, ha avuto un aborto. È fragile, distrutta, chiusa nel dolore. Armando non la lascia sola un istante.
Per Domenico questo è un tradimento. Non tollera quella complicità che gli scivola tra le mani. Nella notte esplode: fa irruzione nella stanza di Michela, la insulta, la colpisce, le strappa i vestiti. «Sei solo una puttana!» grida, marchiandola davanti agli occhi di Armando. Ma il ragazzo sente le urla, irrompe e si scaglia contro Domenico. Per la prima volta si ribella, non è più il pupazzo mosso da fili invisibili: è un uomo che difende chi ama. Seguono denunce, accuse, querele. Michela parla di violenza e droga, Domenico mostra le foto compromettenti, e alla fine tutto si spegne nel nulla: Michela ritira la denuncia. Ma qualcosa si è spezzato, esiste ormai un triangolo maledetto, in cui amore e odio si mescolano e in cui l’incantatore di serpenti non ha più il controllo.
26 febbraio 1990.
Roma è coperta da un cielo grigio e cupo. In un ospedale, Michela mette al mondo una bambina. Piccola, fragile. Il padre è Armando, ma lui non è lì: è altrove, ancora diviso tra la libertà e la catena invisibile che lo lega a Domenico. Michela spera che quella creatura riporti Armando da lei, ma per il ragazzo il richiamo della vita facile, della trasgressione, è più forte del pianto di sua figlia. Nella casa di via Castro Pretorio l’aria cambia: Domenico la sente, la vede, Adesso c’è una rivale più potente di Michela. È la bambina, l’intrusa che rischia di strappargli Armando per sempre.
Mimmo scrive al suo Armando lettere visionarie: «Tu sei luce, io buio. Se resti con quella donna serpe, perderai tutto. Ti predico carcere, rovina, morte.» Pagine febbrili, insieme profezia e maledizione. Intanto telefona a tutte le ore, bussa alla porta, li perseguita. Il 24 aprile esplode. Corre a Monte Sacro sotto casa di Michela, Suona, urla, minaccia. Lei stringe la bambina che piange terrorizzata. Domenico batte i pugni alla porta: chiama Armando, supplica, impreca. Poi se ne va, disfatto, con gli occhi iniettati di sangue. È la vigilia della tragedia.
25 aprile 1990.
Armando, dopo una lettera velenosa di Mimmo, lo raggiunge in via Castro Pretorio. Non torna a casa: quella notte resta lì, nella tana dell’imbalsamatore. Michela lo attende invano. Nella notte tra il 25 e il 26, Domenico la chiama ancora. «Vieni a salutare Armando, o partirà con me per sempre.» Michela lascia la bambina alla madre e corre. Varca il portone alle tre. Dentro, il laboratorio è immerso nella penombra, bisturi sparsi e animali imbalsamati. Armando è stordito, strafatto, perso. Scoppia la lite. Michela urla: «È finita, Mimmo! Lascialo andare!» «Sta zitta, serpe! Sei tu che lo hai rovinato!» ringhia lui.
Domenico afferra un bisturi e si scaglia sul ragazzo, Armando si volta, lo afferra per il foulard a pois, lo solleva, lo travolge con calci e pugni con una furia inaudita. Gli anfibi chiodati affondano nella carne, ogni colpo è un urlo strozzato, poi il respiro si interrompe. Alle prime luci dell’alba, l’incantatore di serpenti è morto. Armando e Michela lo infilano in un sacco nero, vagano per Roma, nessuno può immaginare cosa la loro auto, trasporta. Lo abbandonano in una discarica tra i rifiuti. Ma la fuga dura poco, i genitori di Armando, sconvolti dalle confessioni dei due giovani denunciano alla polizia. Li arrestano poche ore dopo. Il 26 aprile, in quella discarica desolata a Carcolle, un sacco nero brilla tra macerie e papaveri rossi. È l’ultima, crudele fotografia del nano di Termini, strangolato dal suo stesso amore malato.