
Bajrak prende la rincorsa, calcia. Gianluigi Donnarumma intuisce, si distende, allunga il braccio: per un istante sembra poter trattenere il pallone. Ma la sfera gli sfugge e si insacca. È lì che si consuma, ancora una volta, la delusione di un Paese intero. Così, una generazione di italiani prenderà la patente e con la maggiore età conquisterà il diritto di voto prima ancora di rivedere gli azzurri ai Mondiali. E pensare che il gol di Moise Kean aveva acceso un’illusione collettiva. Poi la partita cambia volto. L’espulsione di Alessandro Bastoni lascia l’Italia in inferiorità numerica e spezza gli equilibri. A dieci minuti dalla fine arriva il pareggio firmato da Haris Tabaković. Il resto è una lenta discesa: i supplementari, quindi la lotteria dei rigori. Dal dischetto sbagliano Esposito e Cristante. Alla Bosnia bastano quattro tiri per chiudere i conti. Si discuterà a lungo dell’arbitraggio, dei due pesi e due misure — dall’intervento su Palestra che avrebbe meritato il rosso, al gol bosniaco viziato da un fallo. Ma sarebbe un alibi. Perché la sconfitta dell’Italia non nasce da quel rigore maledetto. Non nasce nemmeno da questa partita. Viene da lontano. Da errori accumulati nel tempo, da occasioni mancate, da un sistema che da anni fatica a rinnovarsi davvero. E che oggi paga il conto più amaro.


