
Il più grande ospedale della Sardegna è guidato da Maurizio Marcias. È stato il commissario dell’Azienda di Rilievo Nazionale ed Alta Specializzazione che prende il nome da Giuseppe Brotzu, scienziato sardo legato per l’eternità alla scoperta delle cefalosporine, diventando poi il direttore generale. Laureato in Farmacia e specializzato in Farmacia ospedaliera, 58 anni, non ha paura di ammettere di essere “orgoglioso di guidare questo grande ospedale, che per carenze strutturali non riesce sempre a soddisfare l’enorme e crescente richiesta di cure che arriva dalla popolazione, ma che può esibire eccellenze internazionali con grande orgoglio”.
Sì, per questo cresce il bisogno di salute, fra gli over 65 uno su due ha patologie croniche, ma il nostro sistema non è dimensionato e dobbiamo dare seguito all’operazione di potenziamento per dare risposte a tutti. In Sardegna – secondo il rapporto Cergas della Bocconi – ogni 100 giovani ci sono 280 anziani, il dato si commenta da solo”.
“Le soddisfazioni non mancano, ce le stiamo togliendo nonostante le difficoltà logistiche e di personale, stiamo riuscendo ad aumentare la produzione sotto il profilo delle prestazioni, abbiamo varato la terapia genica per i pazienti talassemici abbassando la dipendenza dalle trasfusioni, abbiamo a disposizione i farmaci innovativi per le patologie tumorali ematologiche, disponiamo di apparecchiature come il nuovo photo counting o la risonanza magnetica per il Microcitemico. Non solo, siamo stati i primi a pagare le perequazioni, quelle differenze retributive che creano malessere. La Regione ha stanziato i fondi e siamo stati i primi a liquidare.
“Perché va a investire la salute dell’individuo, quando uno sta male chiede immediate risposte e soluzioni. In tempi rapidissimi. Se così non avviene, ci si infastidisce, si diventa irritabili nell’attendere una risposta. E non sempre è colpa dell’ospedale. Questo lavoro è una missione, tantissimi lo interpretano così”.
“Ce ne sono tante, nel nostro ospedale. Mi vengono in mente il dipartimento della chirurgia oncologica con il professor Macciò, Zamboni per i trapianti di fegato, Cirio per la cardiologia, Datri per i trapianti di cornea, la Pediatria con il dottor Maxia, Caocci per l’ematologia oncologica, un fenomeno internistico come Pani”.
“Quella lettera era legata a una giornata contingente specifica, avevamo registrato un afflusso importantissimo, tutta l’attività chirurgica stava andando in sofferenza e quindi, da manager, allertai insieme al dottor Carboni l’Areus per portare i pazienti negli altri ospedali. Fu un allarme un po’ travisato, eravamo al completo e sapevo che in altri ospedali c’erano dei letti vuoti.
“Risorse infermieristiche, siamo un po’ in sofferenza. Nonostante i concorsi, il mercato in questo momento non ha disponibilità. La situazione è grave, con abilità cerchiamo di soddisfare le richieste”.
“Arrivo alle 8 e un quarto, finisco alle 20.30, vado a letto a mezzanotte o l’una”.
“Noi ci siamo, siamo sempre in grado di erogare prestazioni di alta qualità e di sicurezza”.
“Direi “Stateci vicino”, ma la presidente c’è, insieme svilupperemo tutta la parte realizzativa per la piastra tecnologica. Un edificio di sette piani, due interrati e cinque sopra il suolo, in collegamento con l’edificio attuale, un nuovo polo che ospiterà il Trauma center, la terapia intensiva post chirurgica e il Pronto soccorso. Ci siamo”. (p.e.)


