L’INTERVISTA. Sardegna Bio, Campurra: “Il biologico sardo deve entrare nelle mense”

Botta e risposta con il presidente del Distretto Biologico della Sardegna
Andrea Campurra

Dopo il premio europeo, il presidente della Fondazione Distretto Biologico Regionale Sardegna Bio, Andrea Campurra, racconta il lavoro svolto con le imprese e le prossime sfide: filiere, certificazione e distribuzione.

Campurra, come è nato Sardegna Bio e di che cosa si occupa?


Il distretto è nato nel 2020 su iniziativa di un gruppo di produttori biologici. Abbiamo avviato un percorso di coinvolgimento delle imprese e del territorio, ottenendo il riconoscimento regionale nel 2021. Da allora giriamo la Sardegna per incontrare le aziende, ascoltare le loro proposte e aiutarle a orientarsi nel percorso di certificazione. Sardegna Bio è una fondazione: il distretto è uno strumento di coordinamento che nasce dalle aziende e risponde alle aziende.

In questi cinque anni avete portato i produttori anche fuori dall’Isola?

Sì. Abbiamo ottenuto risorse regionali e ministeriali che ci hanno permesso di accompagnare le aziende, senza costi per loro, a eventi e fiere in Italia e all’estero. Siamo stati a Norimberga, Parigi e Melbourne, oltre che in diverse città italiane. Abbiamo partecipato a seminari, iniziative di promozione e incontri dedicati al biologico. È stato un lavoro intenso per far conoscere le produzioni sarde e creare relazioni.

Come avete vinto il premio europeo assegnato al distretto?


La candidatura è nata dal suggerimento di uno dei nostri soci. Quando mi hanno chiamato per comunicarmi il risultato, inizialmente non avevo nemmeno risposto: pensavo fosse una telefonata indesiderata! È un riconoscimento di grande prestigio. Credo che sia stato apprezzato il lavoro concreto fatto per le imprese: la promozione all’estero, la capacità di trovare risorse e l’accompagnamento delle aziende verso la certificazione. Soprattutto, è stato riconosciuto il fatto che questo è un lavoro nato dal basso.

Qual è oggi la priorità per aumentare il consumo di prodotti biologici sardi?


Le mense, pubbliche e private. Vogliamo che nei capitolati trovi sempre più spazio il biologico sardo a chilometro zero. Il compito di un distretto è anche quello di completare le filiere, mettendo in relazione chi produce con chi acquista. Abbiamo già raggiunto un accordo per l’agnello biologico e IGP e stiamo lavorando su altre produzioni, tra cui le carni bovine e suine.

Che cosa ostacola l’ingresso di questi prodotti nelle mense?


A volte si ricorre alla deroga sostenendo che in Sardegna il biologico non sia disponibile. Il biologico c’è: bisogna organizzare le forniture e costruire accordi con i produttori, in modo che siano sostenibili anche per loro. Abbiamo parlato con l’assessorato regionale all’Agricoltura e con Anci Sardegna della possibilità di un protocollo d’intesa. Vogliamo dare un contributo anche alla definizione dei capitolati.

È anche una questione di abitudini alimentari?


Certamente. Trovo assurdo che nelle mense sarde si serva il Parmigiano Reggiano senza dare più spazio ai nostri formaggi, come il Pecorino Romano o il Fiore Sardo. La conoscenza dei prodotti del territorio dovrebbe cominciare dalla scuola dell’infanzia. È un’educazione al cibo, ma anche un modo per sostenere l’economia dell’Isola.

State lavorando anche con il turismo e con la grande distribuzione?


Il turismo è un settore importante perché alberghi e strutture ricettive possono completare la filiera, portando i prodotti sardi ai loro ospiti. Abbiamo ricevuto l’interesse di una catena alberghiera presente in Sardegna: i suoi clienti chiedono prodotti locali certificati biologici. Quanto alla grande distribuzione, nel distretto convivono imprese grandi, medie e piccole. Le aziende più strutturate possono garantire le quantità e la continuità delle forniture richieste dai supermercati. Per le altre sono fondamentali anche i mercati e il rapporto diretto con i cittadini.

Lei parla spesso di biologico sommerso. Che cosa intende?


Ci sono produzioni che seguono un percorso biologico, ma poi vengono vendute come convenzionali e non arrivano al consumatore con la loro identità. È un’occasione persa. Vogliamo aiutare le aziende a certificarsi e fare in modo che il prodotto resti riconoscibile come biologico lungo tutta la filiera. Se aumentasse l’offerta effettiva, a mio avviso si potrebbero rendere anche i prezzi più accessibili.

Tra i progetti futuri c’è spazio per una piattaforma di vendita online dei prodotti sardi?


Sarebbe un’opportunità. Una piattaforma può aiutare i consumatori a trovare i produttori e ricevere i prodotti a casa, ma il punto decisivo è la logistica. In Sardegna i costi di trasporto e magazzino pesano molto. Mettere insieme gli ordini e organizzare spedizioni condivise potrebbe aiutare l’intero comparto. La Sardegna è già associata, nell’immaginario dei consumatori, alla qualità della vita e dei prodotti: dobbiamo trasformare questa forza in opportunità concrete per le imprese.

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