Platamona, nella busta la testa di Vicky

Vichy Danji

Quattordici agosto 1996. La giornata è piatta. Platamona suda sotto un sole arrogante. Le famiglie pranzano con le finestre spalancate e i turisti si sdraiano come lucertole sulla sabbia. Lì, tra la strada per la Marina e il verde che si infittisce verso l’entroterra, qualcuno vive, qualcuno va in vacanza, qualcuno sparisce.
È mercoledì. Nel residence Azzurro, un piccolo complesso che guarda lontano verso il mare, una porta resta chiusa per troppo tempo: nessuno suona, nessuno chiede.
Ma nel primo pomeriggio, il cancello si apre, una figura entra, fa pochi passi e si ferma. E da quel momento, nulla sarà più come prima. Non ci sono grida, non ci sono testimoni. Solo un silenzio che comincia a far rumore. E una certezza che aleggia prima ancora che venga pronunciata: qualcosa di irreparabile è accaduto. Nessuno sa ancora chi, nessuno sa ancora come. Quel corpo cambierà tutto.

Il corpo senza volto

Nel pomeriggio del 14 agosto del 1996, i carabinieri entrano, si fermano sulla soglia. In quella casa affacciata sulla pineta regna un silenzio troppo pesante.
Sul pavimento, tra piastrelle fredde e mobili scadenti, c’è un corpo di donna. E’ nuda, abbandonata come un rifiuto, il petto è trafitto da un coltello.
La testa non c’è. La scena è disarmante, chi entra non riesce a parlare, chi osserva non riesce a guardare. Non ci sono segni di colluttazione. Non ci sono impronte, né sangue sui muri. Solo quel corpo femminile, giovane, mutilato. Il medico legale annota il colpo preciso al cuore, una lama, un gesto tecnico, poi il taglio alla base del collo. Una decapitazione chirurgica.
Quel delitto è una vera e propria esecuzione, precisa, silenziosa e calcolata. E’ un messaggio.
Il volto è stato portato via, come a voler cancellare chi fosse e a voler dire: Non era nessuno.
Il residence viene chiuso, i militari delimitano l’area. Fuori, i pini continuano a ondeggiare al vento. Il mistero è appena cominciato e la testa? Non è li.

La testa nella busta

Sono passati due giorni. E’ il 16 agosto 1996. Il cadavere senza volto è ancora nella camera mortuaria, nessuno parla, nessuno conferma, tutti aspettano una prova, un segno e quel segno arriva.
Succede a Campanedda. Un uomo sta percorrendo una stradina sterrata ai margini della campagna sassarese, dove le cose scomode si lasciano tra i rovi. Li, sotto il sole cocente, qualcuno scorge una busta della spesa, gonfia e chiusa con nastro adesivo. I carabinieri la aprono, dentro c’è una testa di donna. Occhi chiusi, labbra gonfie, taglio netto alla base del collo. Quello è il volto che mancava, ora il corpo ha un nome, ma il mistero invece di risolversi si infittisce. La testa è stata portata via dal luogo del delitto, trasportata per 23 chilometri e abbandonata a pochi passi da una casa ben nota agli inquirenti. La casa appartiene a Maria Antonietta Roggio, ex moglie di Michele Nuvoli chiuso in carcere. La donna che da anni viveva all’ombra del boss e che aveva visto il suo posto occupato da un’altra. Da lei : Vicky Denji. Il taglio è netto, preciso. Tecnico. I dettagli fanno rabbrividire, la pulizia del gesto fa pensare a qualcuno che sa dove incidere. Come si fa con un animale, non con una persona.
La stampa urla: “Delitto barbaro a Platamona”, “La testa nella busta”. L’Italia inorridisce, ma a Sassari molti tacciono. Perché quando la morte ha una logica perversa il silenzio fa sempre parte del piano.

Vichy Danji, una vita spezzata

Si chiama Vicky Danji ha 21 anni, Ungherese. Arriva in Sardegna alla ricerca di una vita diversa, non migliore, solo diversa. Ha lasciato Miskolc, città grigia del nord-est dell’Ungheria, colpita dalla crisi mineraria. Si è trovata in mezzo al sole violento di un’isola ruvida, fatta di pini, sabbia, vetro e silenzi. A Sassari lavora nei locali notturni, Intrattiene ballando , sa parlare bene. E’ gentile, dicono. Riservata, Non ha molte amiche, ma una presenza costante: Michele Nuvoli. Uomo di potere nel sottobosco criminale locale. Lui la prende con sé, Lei lo segue.
Hanno un figlio, un bambino piccolo, ancora lattante. Vivono a Platamona, in una villetta del residence Azzurro. Un nome che sa di mare, ma dentro quelle pareti non c’è nulla di azzurro, solo tende tirate e una donna straniera che cresce un neonato da sola. Michele è in carcere, arrestato nel maggio del ’96 per rapina.
Secondo le indagini, Vicky aiuta altre connazionali a venire in Sardegna. Fa da tramite. Alcune la rispettano, altri la temono. E’ giovane, ma non sprovveduta. Non parla molto, ma capisce in fretta. Ha imparato l’italiano e capisce il dialetto sassarese. Ha imparato anche a stare in guardia ma non non abbastanza. Forse non capisce cosa significhi prendere il posto di un’altra, forse sottovaluta il prezzo di certi ruoli, di certe gelosie. Perché in alcune famiglie, l’amore è una guerra, e lei in silenzio è diventata il bersaglio. Vicky comincia ad avere paura.

Una madre con le mani pulite

Secondo le ipotesi degli inquirenti, il nome che compare dietro le quinte è uno: Maria Antonietta Roggio, ex moglie di Michele Nuvoli e madre dei suoi figli.
E’ una donna che da anni, osserva da lontano la nuova compagna del marito, la ragazza dell’Est che ora vive nella stessa casa dove lei un tempo comandava, e che, da quel momento in poi, diventa un problema grosso da risolvere. Gli inquirenti la sentono.
Tutte le attenzioni, le domande, i sospetti iniziano a gravitare attorno a lei.
Non c’è una confessione da parte sua, ne una prova immediata, ma i dettagli, le testimonianze, le intercettazioni iniziano a costruire un mosaico inquietante.
Secondo la ricostruzione della Procura, sarebbe lei ad avere un ruolo chiave nell’omicidio di Vicky Danji. Maria Antonietta Roggio non esegue ma orchestra. Gli inquirenti parlano di un possibile movente legato alla gelosia. Ma c’è chi invece parla sottovoce e usa un altro termine: vendetta.
Uno dei figli di Maria Antonietta, Francesco Nuvoli, ha diciassette anni, vive con lei. Ogni giorno vive il dolore e la rabbia della madre, e secondo le accuse, le obbedisce.

Due ragazzini la decapitano

Non sono uomini e nemmeno mostri. Sono ragazzi.
Due adolescenti che, il 14 agosto 1996, varcano la soglia di una villetta a Platamona e lasciano dietro di sé un corpo senza volto. Francesco Nuvoli ha diciassette anni. È il primogenito di Michele Nuvoli, boss sassarese arrestato da pochi mesi. È cresciuto con l’ombra lunga del padre.
Il rispetto, la gerarchia, la vendetta come regola di casa. Ha un fisico robusto, un carattere chiuso e introverso, non ha precedenti penali ma questo non lo ferma. Riccardo Pintus ha quindici anni, è il più giovane. Lavora saltuariamente in macelleria. Conosce i tagli, i coltelli. E’ l’amico fidato di Francesco, quello che lo accompagna, quello che partecipa. Le indagini raccontano che i due entrano in casa di Vicky con un pretesto. Forse una visita, o una discussione, o forse un piano già deciso. Lei è sola in casa, ha in braccio il figlio. Quando i due cominciano a colpirla, il bambino cade a terra. Piange. Ma loro non si fermano. Un colpo preciso al cuore, poi subito il coltello affonda ancora una volta. Infine la decapitano. Il taglio è chirurgico, secco, pulito.
Non è improvvisato e nemmeno istintivo. E’ eseguito come un compito. Il bambino, terrorizzato, viene lasciato lì, vivo. Il corpo di Vicky, abbandonato sul pavimento.
La testa, infilata in una busta di plastica, sigillata e trasportata lontano. Ma per i due giovani assassini la libertà dura poco. I carabinieri cominciano a fare domande. Incrociano orari, spostamenti, testimonianze.

Riflettori su Francesco Nuvoli

I sospetti si posano su Francesco Nuvoli, lo convocano, lui nega ma poi cede. E insieme a lui crolla anche Riccardo Pintus. Francesco dice che lo ha fatto per sua madre. Riccardo parla, descrive la scena come se fosse un lavoro. Una cosa da fare e fatta bene. I verbali fanno tremare anche chi è abituato all’orrore. Sono parole fredde, raggelanti. Nessun rimorso,
nessuna empatia. I verbali si chiudono e le accuse si formalizzano. I tre: Francesco, Riccardo e Maria Antonietta Roggio sono dentro fino al collo. Il processo comincia nel 1997. Maria Antonietta Roggio viene ritenuta dagli inquirenti mandante morale e materiale dell’omicidio di Vicky. Lei è colpevole non solo per ciò che ha fatto, ma per ciò che ha lasciato fare. Quel momento è la chiave di tutto. Nessun ordine scritto ma un assenso. Il figlio Francesco ha ucciso e le ha portato la testa di quella ragazza che lei odiava, e lei tace. Le prove raccolte sono troppe. Le testimonianze si incastrano. La corte la condanna. Ergastolo.
Francesco Nuvoli, figlio diciassettenne di Michele e Maria Antonietta, viene condannato a 19 anni di carcere. È minorenne, ma il crimine non lo è mai stato.
Lui ha colpito, ha decapitato, ha trasportato il volto della vittima in una busta di di plastica. Ha fatto tutto, senza tremare. Il tribunale per i minori lo guarda come si guarda qualcosa che è già stato perso. . Riccardo Pintus, quindici anni, viene condannato a 8 anni e 6 mesi per concorso nell’omicidio.

Dove sono i soldi della rapina?

Michele Nuvoli non è un nome qualunque, è un ombra lunga che attraversa Sassari e le sue vene storte. Nel maggio del 1996 viene arrestato per una rapina al Banco di Sardegna, una delle tante. Ma quella basta per toglierlo dalla scena e a scatenare tutto. Perché mentre lui finisce dentro, fuori qualcuno prende il suo posto. Una straniera, una ragazza: Vicky Danji.
Si dice che Vicky sappia troppo. Che Michele si fidi solo di lei e che forse le abbia raccontato più di quanto avesse dovuto, compreso un dettaglio che nel processo resta sullo sfondo. Una parte del bottino della rapina non si trova, e forse Vicky sa dov’è. Dopo l’omicidio, il clima cambia. Sassari si chiude e il residence si svuota. Qualcuno in silenzio tenta di cancellare le prove del dolore.
Una notte, qualcuno tenta di incendiare la casa di Maria Antonietta Roggio. Un avvertimento o forse solo un altro pezzo di una guerra che non è mai finita.
La verità è che questa non è solo una storia di gelosia, ma una catena antica fatta di ruoli, silenzi e potere.

Barbara, un'altra vita spezzata

C’è un nome che in questa storia non si scrive mai abbastanza, un nome tra le anime ferite a morte: Barbara Nuvoli. La sorella di Francesco, la figlia di Michele e Maria Antonietta.
Barbara ha quindici anni quando Vicky Danji viene uccisa. È una ragazzina, ma è abbastanza grande per capire, per vedere. Per sentire i sussurri, le accuse, le ombre che cadono sulla sua famiglia come una maledizione. È lei come raccontano le cronache, la testimone diretta dell’orrore.
Assiste al ritorno del fratello quella sera, vede l busta, vede la testa. E qualcosa dentro di lei muore. Non urla, non denuncia e non riesce nemmeno a scappare. Resta lì, in quella casa dove nessuno parla e tutto si sa. Dopo l’arresto del fratello e della madre, Barbara resta sola. Passa di istituto in istituto. Viene affidata. Raccoglie brandelli di normalità dove può.
Ma la ferita è profonda e non guarisce mai. Poi, un giorno, anche Barbara smette di lottare.
Si toglie la vita. Aveva poco più di vent’anni. Nessuno ha ucciso Barbara, ma la morte le è entrata in casa troppo presto e non l’ha mai più lasciata andare.

Dov'è finito il figlio di Vicky?

Certe storie non finiscono, si nascondono nelle crepe delle case, nelle foto scolorite, nelle pagine dei giornali impolverati, e tornano. Il delitto di Platamona è passato.
I processi sono chiusi. Le sentenze sono definitive, i colpevoli hanno un nome. Ma la ferita è ancora aperta. Vicky Danji non ha più una tomba con il suo nome inciso, non ha nessuno che ne rivendichi la memoria. Non ha figli che possano raccontarla.
Quel bambino, il suo, è stato portato via, affidato altrove. Non sappiamo dove, non sappiamo chi è oggi. La Sardegna, dopo quel 14 agosto, ha conosciuto l’orrore in un modo nuovo.
Crudo, intimo, familiare. Un delitto fatto in casa, da un figlio, per una madre. E in mezzo, una donna uccisa due volte, prima dalla lama , poi dall’indifferenza.

prova
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