
A Cagliari basta una passeggiata sul Poetto per cogliere quanto questa lunga lingua di sabbia sia diventata, negli anni, parte integrante dell’identità cittadina. Una spiaggia urbana vissuta tutto l’anno, popolata da chioschi, stabilimenti balneari, ristoranti e lidi che si affacciano direttamente sul mare. È un ecosistema economico che genera reddito, turismo e consenso. Ma basta spostare lo sguardo dai tramonti alle cifre per scoprire una realtà scomoda: quanto pagano davvero questi operatori per occupare un bene pubblico tra i più pregiati della città?
Secondo i dati dell’Assessorato regionale agli Enti Locali, riportati recentemente dall’Unione Sarda, alcuni numeri spiccano per la loro sproporzione. Un chiosco da 332 metri quadri paga 3.524 euro l’anno. Stessa cifra anche per una concessione da 1.000 metri quadri. Un lido da 1.800 metri quadri arriva a 5.732 euro, mentre il più grande stabilimento del litorale, con un’estensione di 35.000 metri quadri, versa appena 111.245 euro ogni dodici mesi. Dividendo quella cifra per i mesi dell’anno, si arriva all’equivalente dell’affitto di un ristorante medio in centro città. Solo che non si tratta di un locale, ma di un’intera fetta di spiaggia.
Il paragone con altre regioni italiane mette a nudo una distorsione. In Liguria, un lido medio con un centinaio di ombrelloni paga attorno ai 10.000 euro a stagione. A Sanremo si va dai 3.300 euro fino a superare i 7.500 euro, solo di canone statale, senza contare le imposte locali. In Emilia-Romagna, sul litorale ravennate, si può arrivare anche a 25.000 euro l’anno, a cui si aggiunge un’imposta regionale del 5%. In Toscana, oltre al canone, c’è una tassa regionale che incide per il 50% in più. In Puglia, le maggiorazioni locali e gli aumenti ministeriali hanno portato il gettito complessivo oltre i 7 milioni di euro l’anno, una cifra simile a quella della Liguria.
In questo contesto, la Sardegna sembra vivere in una zona franca. Il Ministero delle Infrastrutture ha stabilito per il 2025 un canone minimo di 3.444 euro. Eppure, molti concessionari al Poetto pagano esattamente quella cifra, senza differenze significative legate alla superficie occupata o al volume d’affari.
Il problema non è la presenza degli stabilimenti, né l’impegno di chi investe nella loro gestione. Il punto è che il Poetto, come tutte le spiagge, è un bene pubblico. E in una città dove l’affitto mensile di un piccolo bar può superare i 4.000 euro, concedere migliaia di metri quadri di litorale per cifre simboliche appare come un’anomalia che ha perso ogni giustificazione.
La questione, ormai, va ben oltre la dimensione locale. La direttiva europea Bolkestein impone da anni gare pubbliche e trasparenza nella gestione dei beni demaniali, ma l’Italia ha continuato a rinviare l’applicazione. Il cosiddetto “Decreto Salva Infrazioni” ha fissato al 2027 la scadenza delle concessioni attuali, ma la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha già bocciato più volte le proroghe indefinite. La Sardegna non potrà sottrarsi ancora a lungo. E i numeri del Poetto rischiano di diventare il simbolo nazionale di una rendita fuori controllo.


