L’isola che abbandona i suoi studenti
Oltre all’isolamento fisico, c’è quello economico. L’alto tasso di disoccupazione giovanile sull’isola spinge molti ragazzi a rinunciare agli studi, attratti dal lavoro informale o scoraggiati dall’idea di studiare senza garanzie occupazionali. In molti contesti, la scuola viene percepita come un percorso lungo, astratto e distante dalla realtà quotidiana. L’offerta formativa, in particolare quella tecnica e professionale, non sempre è aggiornata o coerente con le esigenze del territorio. I percorsi di orientamento sono deboli, e la connessione tra scuola e lavoro resta fragile.
Il sistema scolastico regionale soffre di problemi cronici: carenza di docenti stabili, classi miste, mancanza di tutoraggio e supporto psicopedagogico. In molte scuole, specie le più piccole, manca la capacità di intercettare il disagio prima che si trasformi in abbandono. I fondi europei – dal PON Inclusione al PNRR – hanno attivato progetti importanti, ma spesso si tratta di iniziative temporanee, che non incidono nel lungo periodo. Le buone pratiche esistono, ma restano isolate.
Andrea De Giorgi, sindacalista Cobas di lungo corso, amplia il quadro:
«La scuola pubblica da anni è oggetto di tagli e regole di assunzione disfunzionali. I docenti devono pagarsi le abilitazioni e seguire corsi spesso affidati a università private mosse solo dall’utile. E proprio mentre sarebbe necessario un sistema integrato tra università e scuole pubbliche per affrontare una crisi sociale e giovanile mai così profonda, con famiglie lasciate sole, disorientate e senza strumenti educativi adeguati».
«È un disastro prevedibile – prosegue De Giorgi – iniziato con l’autonomia scolastica. Presentata come riforma per l’efficienza, ha invece favorito autocrazia, isolamento, compressione del confronto. Il tutto affidato spesso a personale mosso più dall’ambizione individuale che da senso civico o consapevolezza dell’emergenza sociale».
In alcune zone della Sardegna si registrano tentativi locali per contenere la dispersione scolastica. Nella provincia di Nuoro alcuni comuni hanno adottato modelli di scuola diffusa, con plessi collegati tra loro e didattica flessibile. A Sassari e Cagliari sono stati attivati laboratori pomeridiani per studenti a rischio, finanziati da fondi pubblici. Ma si tratta di esperienze circoscritte, spesso temporanee, che non raggiungono le aree più colpite dell’interno. La mancanza di un coordinamento organico rende questi interventi isolati, scollegati da una strategia complessiva. Il fenomeno resta diffuso e stabile. In molti territori, la scuola si ritira lentamente: chiudono i plessi, calano le iscrizioni, aumentano le distanze. Dove l’offerta educativa si riduce, avanzano la disaffezione, l’abbandono, la fuga. La dispersione scolastica, in Sardegna, non è solo un problema di istruzione. È la misura concreta della distanza crescente tra istituzioni e comunità, tra scuola e vita reale. Una frattura silenziosa che si allarga.