
Giacomo Devecchi, meglio conosciuto come “Jack”, racconta la sua carriera con la maglia della Dinamo Sassari, passando dal nuovo ruolo dirigenziale che ricopre sino agli anedotti migliori avuti durante il suo percorso da capitano dei bianco-blu. Il suo palmarès conta: un campionato italiano nel 2015, due coppe Italia nel 2014 e 2015, due supercoppe italiane nel 2014 e 2019 e una Europe Cup nel 2018-19.
Come ti stai trovando nel nuovo ruolo dirigenziale che ricopri? Hai riscontrato delle difficoltà?
Coordino e supervisiono il team di comunicazione e marketing della Dinamo. E’ un mondo che conoscevo già. Negli ultimi anni di carriera agonistica ho iniziato a pensare alla mia vita dopo il professionismo e, una volta arrivata la proposta lavorativa da dirigente, mi sono fatto trovare pronto. Mentre giocavo, ho fatto dei corsi di marketing e comunicazione per non farmi trovare impreparato. Gli aspetti più pratici, come in tutti i mestieri, si imparano sul campo. In questo lavoro bisogna sempre rimanere aggiornati e stare attenti a ogni particolare. Nel mondo di oggi è facile che cambi tutto con rapidità e bisogna essere bravi a reinventarsi.
Che rapporto hai con l’Isola e con i sardi? Cosa ti ha spinto a stabilirti in Sardegna?
Sicuramente quando sono stato giocatore mi sono ritrovato al posto giusto nel momento giusto. Sono cresciuto assieme a questo club e, grazie alla società, sono migliorato sotto l’aspetto umano e tecnico. Mi sono stabilito a Sassari perché ormai ho le mie conoscenze, le mie amicizie e la mia compagna. Prendere questa decisione è stato facile.
In Lombardia ho sempre i miei familiari e quando ho occasione, soprattutto nei fine settimana in cui la Dinamo gioca in trasferta, vado a fare una visita.
Qual è la stagione che reputi migliore con la Dinamo? Cos’ha avuto di speciale?
A livello personale sicuramente le mie prime due stagioni in Serie A: 2010-2011 e 2011-2012. Ho avuto la possibilità di limare la fase difensiva e migliorare altamente la fase offensiva in cui ero un po’ più carente. A livello di squadra, ricordo con più entusiasmo il biennio 2012-2014 quando la società ha acquistato i due americani Travis e Drake Diener. Con loro si è creato un legame speciale che porterò con me tutta la vita.
Durante la tua carriera alla Dinamo, hai mai avuto dei momenti in cui hai pensato fosse il momento di cambiare aria?
Nel 2009 quando abbiamo perso la finale play-off per salire in Serie A. Ero già quattro anni a Sassari e, preso dalla frustrazione per la sconfitta, volevo andarmene. Con l’arrivo del nuovo allenatore Romeo Sacchetti però, ho deciso di restare e provare a dare il mio contributo per salire in Serie A. Con la sua gestione, ci sono stati molti cambiamenti interni: nuovi acquisti, nuove tattiche e nuovo approccio alle gare. Grazie al mister e al gruppo rimodellato secondo i suoi dettami tattici, nella stagione seguente facciamo il fatidico salto di categoria sfumato nella stagione precedente.
Quali sono le caratteristiche principali che deve avere un capitano? Che tipo di capitano senti di essere stato?
Il capitano nella pallacanestro, come in tutti gli sport, deve essere l’esempio. Il mio compito è sempre stato quello del tramite tra staff tecnico e squadra. I momenti in cui il vero capitano si scopre, è nei momenti bui, quando le vittorie non arrivano. Ero un capitano che conosceva bene la dirigenza, che sapeva quali fossero le dinamiche interne e come funzionasse la tifoseria bianco-blu. Sono sempre riuscito ad avere un ottimo rapporto con tutti i miei compagni e la società, perché sono sempre stati chiari gli obiettivi.
Mi reputo una persona empatica e comprensiva. Ho sempre voluto avere un contatto diretto con i compagni. Il mio intento è sempre stato quello di far sentire fondamentali tutti, così che rendessero in campo al meglio delle loro possibilità.
Se avessi la possibilità, hai qualcosa che modificheresti della tua carriera?
Forse solo la finale scudetto del 2019 con il Venezia. Sarebbe stato fantastico vincere quella partita e sollevare la coppa da capitano.


