L’INTERVISTA POSSIBILE. Parla Giovanni Maria Angioy: “Sa Die è la memoria che cammina”

Giovanni Maria Angioy

Due secoli fa, Giovanni Maria Angioy e i suoi compagni non chiesero riforme: tentarono una rivoluzione. Non si appellarono ai favori del potere, ma alla forza del diritto e della dignità. In occasione di Sa Die de Sa Sardigna, ridiamo voce a quella fierezza: la libertà non fu mai concessa, fu pretesa a costo dell’esilio, della sconfitta, della solitudine. Oggi, nel dialogo impossibile tra passato e presente, immaginiamo cosa direbbe Angioy osservando un’isola ancora alla ricerca della sua piena sovranità.

Giommaria Angioy, se oggi osservasse la Sardegna e l’Italia contemporanea, quale sarebbe la sua prima impressione?

Osserverei che la libertà politica, una volta conquistata formalmente, è stata spesso intesa come un possesso acquisito e non come un dovere da custodire. Vedo un popolo che, sebbene emancipato nei diritti, è ancora vincolato da nuove forme di servitù: l’ingiustizia economica, il potere concentrato, l’indifferenza verso i bisogni comuni. La Sardegna porta ancora i segni di una lontananza istituzionale che ricorda, sotto altri nomi, l’antico sistema feudale.

[Fonte: Lettera ai cittadini sardi, 1795-1796]

Oggi si parla spesso di autonomia regionale e federalismo. Come giudicherebbe l’attuale condizione della Sardegna all’interno dello Stato italiano?

Considererei l’autonomia non come un privilegio amministrativo, ma come un diritto naturale di ogni popolo. Se essa si riduce a una concessione formale, senza strumenti effettivi per governare il proprio sviluppo, tradisce la sua essenza. La Sardegna deve poter decidere del suo destino politico, economico e culturale senza essere relegata a periferia.

[Fonte: Relazione sulla situazione della Sardegna, inviata a Torino, 1796]

In un’epoca di grandi disuguaglianze economiche, che tipo di riforme considererebbe prioritarie per garantire giustizia sociale?

Comincerei dalla distribuzione della proprietà e dalla difesa del lavoro. La concentrazione della ricchezza in poche mani perpetua nuove forme di servitù. Occorre favorire l’accesso alla terra, all’istruzione e agli strumenti produttivi, per rendere il popolo economicamente indipendente e capace di autogovernarsi.

[Fonte: Memorie politiche, 1795]

Lei ha combattuto contro i privilegi feudali. Oggi vede delle nuove forme di privilegio che andrebbero contrastate?

Vedo privilegi invisibili, ma non meno oppressivi. Quando pochi decidono delle condizioni di vita dei molti, si rinnova il medesimo disegno di dominio che combattemmo nei secoli passati. Le diseguaglianze nell’accesso ai diritti fondamentali devono essere considerate nuove forme di feudalesimo.

[Fonte: Relazione ai cittadini sardi, 1795-1796]

Il suo tempo è stato attraversato dall’influenza delle idee rivoluzionarie europee. Come valuterebbe il rapporto odierno tra la Sardegna e l’Europa?

Guarderei all’Europa come a una promessa di cooperazione tra popoli liberi. Ma metterei in guardia contro l’omologazione che cancella le identità e contro le ingiustizie tra territori. L’unità ha valore solo se nasce dal rispetto reciproco e dal riconoscimento delle diversità.

[Fonte: Considerazioni politiche, appunti manoscritti, 1797]

Che ruolo darebbe alla cultura e all’istruzione nel rafforzare l’identità e la dignità di un popolo?

Attribuirei loro un ruolo centrale. Senza conoscenza della propria storia e senza cultura civile, la libertà resta vuota. Solo un popolo istruito e consapevole può essere artefice del proprio destino e resistente alle nuove forme di soggezione.

[Fonte: Lettera sulla riforma delle scuole in Sardegna, 1796]

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