La vita spericolata di Antonangelo Liori: “Ho sbagliato, chiedo scusa a mia madre”

Antonagelo Liori

Dai vertici dell’informazione sarda al sole a scacchi di una cella. Oggi Antonangelo Liori ha 200 mila fan su Facebook ma per le testate giornalistiche è un ex collega bandito dalle cronache che se non fosse per un male incurabile sarebbe in carcere.
Nella primavera del 1994, Liori, desulese cagliaritano, aveva trent’anni quando fu nominato da Grauso direttore dell’Unione Sarda. In un tempo in cui “digitale” suonava ancora come utopia tecnica, guidò il quotidiano nella sua pionieristica transizione online: il 31 luglio 1994, l’Unione Sarda fu il primo giornale europeo – secondo solo al Washington Post – a sbarcare in rete. Liori scriveva editoriali che incendiavano il dibattito e inquietavano il potere. Dormiva poco, traduceva i classici greci. Nel 2010 fu arrestato per bancarotta fraudolenta, nel crac Agile-Eutelia. In cella, recitava Eschilo e Platone, mentre un cancro silenzioso gli consumava il fegato. Aveva perso tutto: lavoro, aziende, reputazione, salute. Era solo. Ma non vuoto. Nel 2018 i medici gli dissero che gli restavano tre mesi di vita. Lui rispose: “La morte? Solo un dettaglio che non prendo in considerazione. E lei non sopporta questo affronto”. Liori è stato pastore, innovatore. Si dice abbia quattro lauree, oltre quaranta libri alle spalle, e che ancora oggi traduca dal greco, con la stessa dedizione di un tempo. Ha conosciuto il successo e il crollo, l’ebbrezza dell’ascesa e il silenzio del deserto.

Oggi, a sessantuno anni, parla piano nel suo testamento introdotto dal regista Filippo Martinez giovedì scorso nel salone del seminario arcivescovile di Cagliari dove ha parlato per 90 minuti a un pubblico attento.
Come definiresti la tua parabola da giornalista?
Leale. Diretta. Da balente, nel senso più nobile della parola. Il mio giornalismo non era fatto per piacere. Non cercavo consensi. Non cercavo protezione. Scrivevo per dire ciò che altri tacevano. Non per amore dello scandalo, ma per rispetto della verità. La parola, per me, era una responsabilità. Una lama, sì. Ma affilata per tagliare il falso, non per ferire. A un certo punto, ho cominciato a essere troppo scomodo. Non perché inventassi, ma perché dicevo. Dicevo troppo. Troppo chiaramente. E in un sistema che vive di mezze verità, chi parla in modo intero viene messo ai margini. Mi hanno spinto fuori senza un’accusa vera. Solo esclusione. Una rimozione lenta e precisa, come si fa con ciò che non si può controllare. Non mi hanno allontanato per un errore, ma per insubordinazione. Perché la mia parola non era allineata. Ma io non ho mai avuto nemici. Solo avversari. E non ho mai odiato nessuno. L’odio acceca e io volevo vedere. Combatto da sempre, ma senza rancore. Con lucidità. Con lealtà. Si può stare in piedi con la schiena dritta senza calpestare. Ho duecentomila follower sui social, non me lo spiego”.

Cosa ti ha portato dall’informazione all’imprenditoria?

Il bisogno di anticipare. Ho fondato aziende che si occupavano di sicurezza informatica, trasmissione dati, protezione dei sistemi. In Italia ero un innovatore, un visionario. Ma l’innovazione, quando tocca i centri di controllo, diventa sospetta. E anche se non fai nulla di male, ti colpiscono. Io cercavo soluzioni. Il sistema ha visto una minaccia. E ha reagito. Le mie aziende sono state pignorate. Io sono stato fermato.

Come ha vissuto in carcere?
Mi sono ritrovato dall’oggi al domani in una cella di due metri e venti. Un buco per i bisogni, un letto, una piccola finestra. Mi hanno concesso un solo libro e ho scelto il Rocci, il vocabolario di greco antico. L’ho letto sette volte. Dividendo le voci: i poeti, i filosofi, gli storici. Alla settima lettura ero in Grecia. Parlavo con Platone. Mi rispondeva Saffo. Camminavo con Socrate. Ogni parola era un mondo. Ho costruito un universo mentale. Un ordine interno. La biblioteca ero io. Un giorno ho guardato il soffitto e mi è tornato alla mente La noche oscura del alma di Giovanni della Croce. Anche lui in cella, anche lui senza libri, anche lui in attesa. E ho capito: non dovevo uscire fuori da questa cella. Dovevo semplicemente entrare dentro di me. È lì che ho ricominciato a vivere.

Dopo il carcere, cos’è cambiato?

Fuori dal carcere, la cella era diventato il mio corpo. Nel 2018 mi hanno dato tre mesi di vita. Tumore al colon, tredici metastasi al fegato, due ai polmoni. Ventitré interventi. Due trapianti. Cinque organi asportati. Eppure sono vivo. Vivo grazie al Fentanil, settantasette volte più potente della morfina. Ma non lo prendo per evadere. Lo prendo per restare lucido. Per scrivere, per studiare, per pensare. Il dolore non mi definisce. Faccio finta di essere sano. Perché la mente è ancora sveglia. E il pensiero non si può amputare.

Che rapporto ha con la conoscenza?
Totale. Intimo. Direi salvifico. Ora sto ultimando la mia tesi di laurea in Agraria: studio i cianobatteri, organismi primitivi che comunicano tra loro. Anche a quel livello — invisibile, elementare — esiste relazione, linguaggio, memoria. E questo mi commuove. Perché mi ricorda che tutto è connesso. Che il sapere non è un possesso, ma un modo di appartenere al mondo. Per me la conoscenza è l’unico strumento reale che abbiamo per affrontare il caos. Senza studio, sei in balia delle forze esterne. Con lo studio, puoi almeno comprenderle, e qualche volta addomesticarle. Ma c’è un paradosso: più conosci, più ti rendi conto della complessità. E più la realtà ti appare complessa, più capisci quanto sia fragile il dogmatismo, quanto sia vano l’arroganza. Leggere, pensare, ricordare — è questo che mi ha salvato. Anche nei momenti peggiori. Studiare senza libri mi ha costretto a rielaborare, a connettere tutto ciò che avevo imparato, tutto ciò che credevo dimenticato. Solo la conoscenza ti salva dal cinismo. Dall’idea che nulla abbia senso. Perché più conosci, più vedi la bellezza. Anche nella sofferenza. Anche nella morte. E poi c’è una cosa che mi ha guidato da sempre: la disciplina.

Che ruolo ha per Liori la disciplina?
È tutto. È la mia forza silenziosa. La mia armatura. Senza disciplina non sarei sopravvissuto — né alla caduta pubblica, né alla malattia, né al dolore. È grazie alla disciplina che ho potuto dare un ordine al caos, trasformare la sofferenza in struttura. Io ho dettato quasi tutti i miei articoli, sin da giovane. Non per comodità, ma perché il pensiero, se non è ordinato, si sbriciola. Ogni parola aveva un suo posto. Ogni concetto, una gerarchia. Anche oggi, quando traduco dal greco, lo faccio con una sequenza mentale precisa: fonema dopo fonema, come se componessi musica. La disciplina è anche questo: ritmo interiore. Ma per me disciplina significa, soprattutto, rialzarsi. È una tecnica. Un addestramento mentale. Quando la vita ti butta giù — e lo fa, più volte — non puoi restare a terra. Devi alzarti. Anche se fa male. Anche se hai paura. Come con il cavallo: se capisce che esiti, che tremi, comanda lui. Se invece ti rialzi, anche insanguinato, lo costringi al rispetto. La vita è come camminare sulla lama di un coltello. Ti taglia, inevitabilmente. Ma l’importante è restare in piedi. E la disciplina è ciò che ti insegna a farlo: un passo dopo l’altro, senza lamenti, senza illusioni, ma con determinazione. E dignità.

Pensi di aver commesso molti errori? Di aver fatto del male a qualcuno?
Sì, ho commesso errori. Come tutti. Ma non ho mai fatto del male con intenzione. Non ho mai agito per ferire, per tornaconto o per vendetta. Se qualcuno ha sofferto per una mia parola, per una mia scelta, me ne dispiace profondamente. Ma posso dire, con onestà, che non è mai stato per cinismo. Mai per calcolo. Ho sbagliato, sì. Ma ho sbagliato restando fedele a ciò che pensavo. E per me questo conta. Perché l’errore è umano. Fa parte del cammino. Ma la menzogna è una scelta. E io non l’ho mai fatta. Se c’è una colpa che non mi perdonerei, sarebbe quella di aver mentito per convenienza. Di aver indossato una maschera. Non l’ho fatto. Ho pagato — anche duramente — per aver detto ciò che pensavo, non per aver tradito ciò in cui credevo.

A chi vorresti chiedere scusa?
A mia madre. Per tutte le notti in cui non ha dormito per colpa mia. Per le preoccupazioni che le ho dato. Per il dolore che ha dovuto sopportare da sola, in silenzio, senza mai chiedere nulla. Ha asciugato le sue lacrime senza far rumore, e ha continuato ad avere fede in me anche quando il mondo mi dava per finito. Se c’è un pensiero che ancora oggi mi pesa, è quello. Ma le ho dato, giorno dopo giorno, solo montagne da scalare. Se potessi, le direi: “Scusa, mamma. Non ho mai smesso di sentire il tuo amore. E non ho mai smesso di sentirmi tuo figlio.”

E a un giovane cosa diresti?
Vivete. Ma davvero. Non in superficie, non per riflesso. Vivete con coraggio, con fatica, con pensiero. Studiate. Non per un titolo, ma per comprendere. Perché solo chi conosce è davvero libero. E pensate: pensare è l’atto più sovversivo che esista. Non delegate il vostro pensiero a nessuno. Né a un algoritmo, né a una moda, né a un partito. E poi: non abbiate paura di cadere. Perché cadere è inevitabile. Ma soprattutto — e questo è più importante — non abbiate paura di rialzarvi. Ogni volta che vi rialzate, anche se nessuno vi applaude, anche se nessuno vi guarda, anche se vi rialzate da soli e in silenzio… state dicendo al mondo una cosa precisa: “Non ho finito.” La forza non è nell’infallibilità. La forza è nella ripetizione del gesto. Quello del rialzarsi. Ancora. E ancora. E ancora. E se un giorno qualcuno, guardandovi, dirà: “Voglio fare come te”, allora avrete lasciato il segno. Un segno vero. Non nei numeri. Ma nelle vite.

prova
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