La Sardegna brucia, Valentina Bacciu (Cnr) avverte: “Non c’è pianificazione, così il fuoco vince ogni estate”

Incendio in Sardegna

Le fiamme hanno già devastato Villasimius, Cala Liberotto, Villacidro, Villaspeciosa. La Sardegna brucia e il copione si ripete ogni estate, identico e implacabile. Mentre la politica rincorre l’emergenza, la scienza chiede un cambio di rotta. Valentina Bacciu, ricercatrice del Cnr e tra le voci più autorevoli nei progetti internazionali sul rischio incendi, indica con chiarezza dove sono le falle e quali strade servono per fermare il fuoco prima che divampi.

Quando si parla di incendi, si pensa subito alla mano dell’uomo. Ma dentro questa categoria ci sono differenze importanti: quali?

Il 90 per cento è causato dall’uomo. Ma le cause dolose sono sopravvalutate: la gran parte deriva da comportamenti colposi, cioè negligenza, imprudenza, imperizia. Basta pensare a chi brucia sterpaglie in pieno giugno con il maestrale. Sono dinamiche comuni che fanno danni enormi.

Dov’è la pecca, perché stiamo perdendo la guerra? Cosa non stiamo facendo?

Abbiamo un piano antincendio boschivo approvato con largo anticipo, ed è un buon lavoro. Però resta del tutto scollegato dalla pianificazione forestale e territoriale. Sono due mondi che non si parlano, e questa è una lacuna grave.

Chi lavora ogni estate sul campo condivide questa diagnosi?

Sono i primi a rendersene conto. Chi lavora nel Corpo forestale sa bene che oltre un certo livello di energia e di severità la macchina dello spegnimento collassa. È la dimostrazione che bisogna investire sulla prevenzione e sulla gestione del territorio.

Perché non basta più la logica emergenziale e occorre una strategia diversa?

Finora si è agito troppo in logica emergenziale: si interviene quando il fuoco è già partito. Noi dobbiamo costruire una strategia diversa, condivisa, fatta di pianificazione e prevenzione. È l’unica strada per ridurre il rischio.

Per quale motivo la politica fatica a imboccare questa strada?

Perché la prevenzione è una “cultura senza applausi”. Evita i danni, ma non si vede. Nessun politico ama misure i cui risultati arrivano nel lungo termine. Però dobbiamo accettare che non ci sono scorciatoie: è l’unica via possibile.

Nella gestione del rischio, quanto conta la comunicazione pubblica?

Conta tantissimo, e oggi sbagliamo approccio. I titoli parlano solo di “inferno di fuoco” o “distruzione”. È un racconto che cattura l’attenzione ma non spiega nulla e lascia in ombra la prevenzione. Dovremmo riuscire a tenere alta l’attenzione anche d’inverno, raccontando ciò che si fa per ridurre il rischio, non solo quando il fuoco divampa.

Esistono esperienze italiane che mostrano che un altro modello è possibile?

Sì. La Toscana e il Piemonte hanno già avviato percorsi di integrazione tra pianificazione forestale e prevenzione incendi. Sono esempi da cui prendere spunto.

Il progetto Medstar 2 a cui partecipa il Cnr: quali obiettivi concreti si pone?

È coordinato dal Cnr e cofinanziato dal programma Interreg Italia-Francia con fondi europei. Coinvolge Sardegna, Toscana, Liguria, Corsica e Paca. L’obiettivo è spingere tecnici e pianificatori a integrare pianificazione territoriale e prevenzione incendi, e rendere le comunità più resilienti.

In che modo le comunità locali vengono coinvolte in questo percorso?

Abbiamo selezionato una serie di casi studio in varie regioni: lì si lavorerà con gli abitanti per costruire percorsi di resilienza, che poi potranno essere replicati altrove. Non è comunicazione dall’alto, è coinvolgimento diretto.

Che ruolo può avere l’educazione, a partire dalle scuole, per costruire una cultura della prevenzione?

È fondamentale. Non solo per i proprietari terrieri, ma già per i bambini. Negli anni ’80 e ’90 si parlava molto di rifiuti e riciclo, oggi serve la stessa attenzione sugli incendi. In Sardegna, con la rete Infeas, abbiamo già fatto lezioni con insegnanti: è un primo passo per far crescere consapevolezza e cambiare i comportamenti.

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