
Quando nel cuore dell’Armenia, nella regione di Areni, un gruppo di archeologi scoprì all’interno di una caverna gli strumenti di una produzione vinicola risalente a oltre seimila anni fa, il mondo scientifico ebbe la conferma di un’intuizione già da tempo maturata: il vino, ben più di una semplice bevanda, fu una delle grandi invenzioni culturali delle società neolitiche, legata tanto all’agricoltura quanto alla spiritualità.
La grotta di Areni non era soltanto una cava o un rifugio. Al suo interno, oltre ad una scarpa in pelle datata al 3500 a.C., è stato rinvenuto un vero e proprio laboratorio enologico preistorico: una pressa rudimentale, un tino per la raccolta del succo, grandi recipienti di argilla per la fermentazione e coppe per il consumo. Accanto a questi strumenti, resti di vinaccioli, semi e bucce hanno lasciato una traccia tangibile dell’attività che lì si svolgeva.
Il contesto funerario circostante non è un dettaglio marginale. La grotta si trovava infatti nei pressi di un cimitero, e la presenza di coppe nelle sepolture suggerisce che il vino fosse parte integrante di cerimonie funebri e banchetti rituali. La bevanda non aveva ancora assunto il ruolo quotidiano e conviviale che conosceremo nei secoli successivi, ma era piuttosto un ponte simbolico con il mondo dei morti, un’offerta agli antenati e agli dèi.