
L’Accabadora, simbolo di mistero e compassione, poneva fine alle sofferenze accompagnando i morenti nel loro ultimo viaggio.
Non era solo un angelo della morte: era guida spirituale, esperta di erbe medicinali e custode di un sapere antico. In un contesto rurale isolato, leniva il dolore dei moribondi, utilizzando strumenti rituali come il mazzolu e conoscenze erboristiche tramandate di generazione in generazione. Piante come il cisto e la salvia venivano impiegate per calmare il corpo e lo spirito, trasformando la stanza del morente in un luogo sereno e sacro, lontano dai simboli cristiani, e facilitando il passaggio dell’anima. Questa figura riflette la tensione culturale tra compassione e timore della morte, incarnando un rito di passaggio carico di significato spirituale. La sua esistenza, talvolta confusa con altre donne che confortavano i malati terminali, resta oggi un simbolo complesso nella cultura sarda, tra mito, etica e tradizione.
Michela Murgia, nel suo libro Accabadora, esplora con sensibilità temi come l’eutanasia e il diritto a una morte dignitosa, stimolando dibattiti su questioni etiche e sociali. Nel suo romanzo del 2009, la scrittrice racconta la storia di Bonaria Urrai, donna che pone fine alle sofferenze dei moribondi. L’autrice la presenta come simbolo di mistero e compassione, accompagnando i morenti nel loro ultimo viaggio. La tradizione e il linguaggio sardo non sono usati come semplice ornamento: servono a esplorare temi profondi come l’eutanasia e l’adozione, lasciando al lettore la libertà di riflettere senza imporre giudizi morali o tesi precostituite.
Oggi l’Accabadora continua a stimolare dibattiti sulla morte e l’eutanasia. Con il suo alone di mistero e sensibilità, unisce le memorie del passato con il presente, invitando i lettori a riflettere sul valore della vita, della compassione e della memoria culturale.
(a cura di Giulia Palomba)


