
La stanza è piena di fumo. Le fiamme divorano i mobili, le pareti tremano, la plastica cola come carne fusa. Sul pavimento, accasciato accanto al letto, c’è un uomo. George Sonnenberg, sessantacinque anni. È ancora vivo quando i vigili del fuoco sfondano la porta. Respirare è impossibile. Ha ustioni ovunque, la pelle si stacca in lembi. Non riesce più a parlare. Morirà dopo pochi giorni, all’ospedale di Jacksonville. Accanto al letto c’è una tanica vuota di benzina, sopra il frigorifero, un biglietto bruciacchiato: “Mi dispiace. Ottis.” La polizia interroga Toole, un tipo strano, che vive in mezzo alla sporcizia. Dice che George era il suo amante. Dice che litigavano spesso. Dice che gli aveva chiesto di andarsene. E che lui, allora, aveva deciso di “liberarlo”.
Dà la colpa all’alcol, alla gelosia, alla sua testa, ma qualcosa non torna. Perché i vicini dicono che Ottis rideva mentre la casa bruciava, e che era rimasto lì davanti, a guardare le fiamme, come se fosse uno spettacolo. Un funerale in diretta, uno spettacolo privato. Quando la polizia lo arresta, scopre che ha già dei precedenti. Furti, aggressioni, atti osceni. Ma è solo l’inizio. Perché in quel momento nessuno può immaginare che Ottis Toole ha appena aperto le porte dell’inferno. E che da qualche parte, in un’altra contea, un uomo con un occhio di vetro lo sta cercando.
Jacksonville, Florida, 1947.
Ottis Elwood Toole nasce in una casa dove l’amore non è mai entrato. È uno dei tanti figli, ma nella sua famiglia nessuno è davvero figlio di qualcuno. Il padre beve fino a sparire, Sua madre non si limita a picchiarlo, lo umilia. Lo costringe a indossare abiti da donna, Lo chiama “Becky”.
Attorno a lui si muove un ambiente deformato, dove religione e fanatismo convivono in una forma distorta. La nonna pratica riti oscuri e porta il bambino ad assistere a scene che nessun bambino dovrebbe vedere. Ottis impara presto che il mondo degli adulti non salva, non consola, ma ferisce. La scuola lo respinge. È irrequieto, confuso, incapace di seguire le lezioni, e dopo un incidente che lo lascia in ospedale per giorni, iniziano a comparire crisi, assenze, vuoti. I medici parlano di ritardo mentale, difficoltà di apprendimento, fragilità emotiva. A nove anni scopre il fuoco. Gli piace come si muove, come cambia le cose, come cancella ciò che lo spaventa. È uno dei pochi momenti in cui sente di avere un minimo di controllo. Più passa il tempo, più il fuoco diventa un linguaggio. L’adolescenza è un susseguirsi di fughe, baracche, stazioni degli autobus, cimiteri in cui dormire. Inizia a vendere se stesso per pochi dollari o un pasto caldo. Non ha affetti, non ha futuro, è già un’ombra.
A dodici anni, un episodio di violenza lo travolge e il confine tra autodifesa e furia si spezza. Non conosce la legge, non conosce la colpa. Conosce solo la sopravvivenza. Da quel momento in poi, Ottis cammina verso il buio senza che nessuno provi a fermarlo, e il buio gli risponde. Resta così per anni: un ragazzo perduto, sporco, affamato, incapace di capire il mondo e incapace di esserne capito. Fino al giorno in cui, alla mensa dei poveri, si siede di fronte a un uomo con un occhio spento e un sorriso sbilenco. Un uomo che gli somiglia più di chiunque altro. Il suo nome è Henry Lee Lucas, e quando si incontrano, la notte sembra riconoscerli.
È il 1960. Henry Lee Lucas ha quattordici anni, ma sembra più vecchio e più morto. Sua madre è una prostituta alcolizzata. Lo picchia con il manico della scopa. gli dice che è inutile, lo costringe ad assistere mentre riceve i clienti. A volte, lo obbliga a guardare, a volte, lo costringe a partecipare. Il padre, un uomo senza gambe, beve fino a vomitare e dorme per strada. Muore congelato una notte d’inverno, con una bottiglia mezza vuota in mano. A Henry mancano i denti, l’odore che emana è quello di chi ha smesso di lavarsi da tempo. Henry cresce in mezzo al nulla. A dieci anni, un litigio con il fratello gli apre una ferita all’occhio sinistro. Nessuno la cura e l’infezione peggiora. L’occhio gli viene rimosso. Da quel giorno indossa una protesi di vetro, fredda, opaca, fissa sul mondo. A scuola ci resta poco, non capisce, non risponde, non legge. A tredici anni viene arrestato per la prima volta, a quindici, tenta di violentare la sorellastra, a diciotto, dichiara di aver fatto sesso con una gallina. Le diagnosi parlano di disturbi antisociali, psicopatia, perversione sessuale. Nessuno lo segue, nessuno lo salva. Nel 1960 uccide la madre, dice che l’ha fatto perché lei gli proibiva di sposarsi. La colpisce con un coltello, poi la finisce con una scopa. “Non era mia madre, era il demonio che abitava in lei” Va in prigione, e li trova il tempo per pensare, dopo dieci anni è di nuovo fuori. Libero e solo, affamato d’amore, ma incapace di darlo. E proprio mentre vaga tra le strade del sud, incontra un altro come lui. Uno con gli occhi spenti, uno che non giudica. Si chiama Ottis. E insieme, il sangue ha trovato un fratello. E’ solo questione di tempo, i mostri sono due ma la strada è una sola.
Jacksonville, Florida. 1976.
Ottis Toole è seduto su una panchina, le dita nere di fuliggine, l’alito che sa di gasolio e carne a metà cottura. Fuma, guarda la gente passare, ma non vede niente. Lui aspetta, non sa chi, non sa cosa, ma aspetta. E arriva lui Henry. Occhio guasto, passo strascicato, il volto slabbrato da una smorfia che potrebbe essere un sorriso. Si siedono vicini, nessuno dice niente per minuti interi. Poi Toole parla, gli chiede se ha mai ucciso. Henry annuisce, non ha bisogno di aggiungere altro. Da quel giorno, non si separano più.
Vivono come cani randagi. Dormono sotto i ponti, mangiano quello che trovano, viaggiano su furgoni scassati, accettano lavoretti da due soldi, ma la vera occupazione è un’altra, loro cercano, annusano, puntano e uccidono. Donne sole, autostoppisti, bambini. Uccidono insieme, poi fanno l’amore. Le versioni cambieranno negli anni. A volte sono amanti, altre fratelli nel male. Ma la verità è che sono specchi deformanti l’uno dell’altro. Henry guida, Toole accende il fuoco. E quando il sangue smette di uscire, si fermano in un campo e ridono. “Era come stare con qualcuno che capiva tutto. Anche il peggio.” Dirà Toole. Solo che non era il peggio. Non ancora, perché poi, arriva una ragazza. E con lei, il primo vero tradimento.
Si chiama Becky Powell.
Ha quindici anni, un’anima fragile e gli occhi di chi non ha mai conosciuto la dolcezza. Ha un lieve ritardo mentale e quel tipo di ingenuità che la rende vulnerabile a tutto e a tutti. È la nipote di Ottis Toole e per un po’, viaggia con loro. Un furgone scassato, tre corpi sporchi e un destino già scritto. Henry si innamora, la chiama “la mia bambina”.
Becky gli crede, sorride e gli prende la mano, sogna una casa, una scuola, una fuga. Invece, una mattina, Becky vuole tornare a casa, Henry dice no, lei insiste, lui la porta nei boschi, si ferma, le dice che l’ama e poi la uccide. Le colpisce la testa, con forza. Il cranio si apre come una noce secca, e il sangue imbeve la terra. La violenta,sul corpo ormai freddo, poi la smembra, pezzo per pezzo, brucia ciò che può e seppellisce il resto. Racconta tutto alla polizia, anni dopo, e lo fa senza una lacrima. “Era diventata un peso.” Dice. Nel campo di San Angelo, Texas, scavano per giorni, trovano ossa. Frammenti e una scarpa. Becky non aveva mai smesso di chiedere amore, Henry le ha dato la morte. E dopo Becky, tocca a un’anziana, perché anche chi dà da mangiare può dare fastidio.
Si chiama Kate Rich.
È una signora anziana del Texas, gentile, religiosa, vive sola. Offre a Henry Lee Lucas un tetto, un pasto, un po’ di conforto. Lui, con la solita voce bassa, le promette riconoscenza. Dice che farà lavoretti per lei. Kate però non è stupida è presto intuisce che c’è qualcosa che non va. Un giorno lo affronta, vuole sapere chi è davvero. Lui la guarda, sorride e poi la uccide.
L’aggressione è brutale, colpi al volto, poi al torace, infierisce, quando è morta, la violenta. Poi porta via il corpo, la carica in macchina, percorre chilometri, si ferma nei boschi. La fa a pezzi, ne brucia una parte.
Il resto lo lascia lì, a marcire. Confesserà anche questo. “Era una vecchia ficcanaso.” Dirà. I resti di Kate Rich verranno ritrovati nel 1983, mesi dopo. A identificarla saranno pochi frammenti ossei, tra le radici di un albero. Ma Henry non si ferma. Anzi, comincia a parlare e a parlare e a parlare.
1983. Henry Lee Lucas viene arrestato per l’omicidio di Kate Rich. Inizia con una confessione, poi un’altra, poi un’altra ancora. In pochi giorni, racconta di aver ucciso oltre sessanta persone. Le autorità lo ascoltano, restano spiazzate. La polizia texana lo isola, lo interroga, lo nutre, lo coccola. Henry si trova bene, mangia ciambelle, beve caffè, fuma sigarette, vive in una cella privata, ha accesso al frigorifero, Henry è il detenuto più collaborativo d’America. E lui racconta. Fornisce dettagli, date, nomi, mappe, percorsi. Si crea una task force speciale solo per lui: Lucas Task Force. Gli portano i fascicoli degli omicidi irrisolti, lui li sfoglia e dice: “Sì, questa l’ho fatta io.” Segna tutto, descrive. La polizia chiude centinaia di casi. Ma qualcosa non torna. Henry parla di omicidi avvenuti in luoghi lontanissimi e per di più nello stesso giorno, con tempistiche impossibili. Eppure i detective prendono nota, ci credono, lo usano. In un anno arriva a 360 omicidi confessati, lo chiamano il più grande serial killer della storia americana. Ma allora: È vero? È un mostro o solo un bugiardo patologico? Intanto, anche Ottis Toole riappare e racconta la sua verità.
Ottis Toole ricompare in scena con la fame negli occhi. Racconta di omicidi, di fuoco, di sesso con i cadaveri e di carne. “Li arrostivamo come maiali”, dice. “Tagliavamo le cosce, i glutei, i testicoli. Li friggevamo, col barbecue, con la salsa.” La voce è ferma gli occhi vitrei. Parla della Maniac Gang, un culto inventato, forse reale, fatto di riti, sangue e morte. Dice che con Lucas non uccidevano solo, mangiavano, bevevano birra accanto ai corpi squarciati, ridevano. Il detective gli chiede: “Davvero hai mangiato carne umana?” E lui: “Sì. Sapeva di maiale.” In carcere lo prendono per pazzo, ma certi racconti tornano, certe ossa trovate, certe mancanze nei corpi, certe scomparse. La polizia comincia a credere che qualcosa sia vero. Ma cosa? Toole confonde, mente, ritratta. Poi confessa di nuovo, la verità si mischia alla follia. E poi, un giorno, la confessione più atroce: Un bambino, un centro commerciale, una testa recisa.
È il 27 luglio 1981.
Adam Walsh ha sei anni, occhi grandi, faccia pulita. Scompare in un centro commerciale a Hollywood, in Florida. La madre lo lascia cinque minuti davanti al reparto videogiochi, al ritorno, non c’è più. Panico.
Due settimane dopo, una testa viene ritrovata in un canale di drenaggio, a 200 chilometri di distanza, ma il corpo non verrà mai trovato. Quel volto appartiene ad Adam. Anni dopo, Ottis Toole confessa: dice di averlo rapito, di averlo fatto salire sul suo furgone. Dice che piangeva, racconta di averlo ucciso con un machete e di aver bruciato il corpo. Ma poi ritratta, confessa ancora e poi smentisce di nuovo. La polizia smarrisce la macchina con le prove, il furgone, gli oggetti. Nel frattempo, Toole cambia versione più volte, a volte ammette, a volte nega, a volte ride. Solo nel 2008, il caso viene chiuso. La polizia ufficializza: “Adam Walsh è stato ucciso da Ottis Toole.” Ma non c’è un processo ne una condanna perchè Toole è già morto. E resta il dubbio: ha detto la verità o ha solo indossato l’orrore di qualcun altro?
Ottis Toole muore il 15 settembre 1996 a 49 anni di cirrosi epatica.
Muore da solo, in un ospedale penitenziario della Florida. Henry Lee Lucas muore nel 2001, non viene giustiziato, il governatore George W. Bush gli concede la grazia. troppe incongruenze, troppi dubbi. Muore in carcere, per cause naturali. Insieme, avevano confessato oltre 600 omicidi, molti di questi non erano veri, molti erano bugie, altri forse solo desideri. Lucas amava le attenzioni, Toole l’orrore. I due mostri hanno viaggiato per anni sulla stessa strada, nutrendosi l’uno dell’altro. Un abbraccio marcio, avvelenato, senza ritorno. Quanti morti hanno davvero sulla coscienza? Difficile dirlo. Restano le foto delle vittime vere, i corpi bruciati e le famigli distrutte. E quei bambini scomparsi che nessuno ha mai ritrovato. Il resto è un circo dell’orrore. Henry Lee Lucas aveva un occhio di vetro, Ottis Toole un cuore spento, erano due corpi vuoti. Ma nessuno saprà mai quanto sangue c’era davvero sulle loro mani e forse nessuno ha mai voluto saperlo davvero.