
“Mi ricandido”. È questo il passaggio più significativo dell’intervista concessa dalla presidente Alessandra Todde a La Nuova Sardegna. Non sono ancora trascorsi due anni dal giorno della sua elezione, ma la governatrice ha voluto lanciare un messaggio chiaro, accompagnato da un’altra affermazione: “Tornare a Roma? Non ci penso proprio”. Il riferimento è alle elezioni politiche del 2027. A questo punto restano da chiarire alcuni elementi. Primo: chi sono i destinatari del messaggio? Secondo: perché comunicarlo con tre anni di anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura? Sul primo punto, il combinato disposto tra “mi ricandido” e “terrò l’assessorato alla Sanità” sembra rivolgersi soprattutto agli alleati del campo largo. Quanto alla tempistica, escluso che l’autocandidatura sia legata all’ultimo round sulla vicenda della decadenza – atteso per fine febbraio – le ipotesi sono due: o si vuole rafforzare il messaggio politico agitando implicitamente lo spettro di elezioni anticipate, oppure la presidente sta davvero valutando questa eventualità per spiazzare alleati e avversari.
In ogni caso, almeno una delle negazioni pronunciate in questi mesi – non mi candido a Roma, non mi dimetto per ricandidarmi alla presidenza della Regione- rischia di trasformarsi in un’affermazione. E quando una narrazione di questo tipo viene alimentata da uno staff che punta molto sulla comunicazione e che, in altri passaggi, ha già fatto riferimenti tutt’altro che velati al tema elettorale, diventa difficile parlare di coincidenze. Non appare casuale neppure il recente attacco subito dal segretario del Partito Democratico, travolto sui social da una campagna di fango legata a un presunto – e inesistente – conflitto di interessi. Silvio Lai viene indicato da molti come possibile candidato alternativo alla presidenza per il campo largo. Del resto, quello appena concluso è stato un anno politicamente turbolento: la cacciata dell’assessore alla Sanità, la sostituzione di quello all’Agricoltura e, soprattutto, le sentenze della Corte Costituzionale che hanno falciato tre leggi considerate qualificanti dalla presidente – la moratoria sulle rinnovabili, la legge sulle aree idonee e la riforma della sanità, con la caduta dei commissari nominati illegittimamente. Al di là dei sorrisi di facciata, le tensioni nella maggioranza sono tutt’altro che sopite.E la sortita della presidente somiglia più a un coperchio precario su una pentola in ebollizione che a una dimostrazione di forza. A questo punto la domanda è legittima: ma davvero dura?