Peter Kürten – Il vampiro di Düsseldorf
Quando Peter Kürten colpisce per la prima volta, è il 1913.
Una bambina di dieci anni, Christine Klein, dorme nel retro della birreria gestita dai genitori.
Peter entra in silenzio, la osserva poi la sgozza. Nel sangue, trova piacere. Scappa, torna a vivere sotto altri nomi, ma quel gesto, quel momento, diventa la sua ossessione.
Nel 1929 il buio torna a dominare. Il 9 febbraio, Rosa Ohliger, diciassettenne, viene trovata con il petto martoriato, la testa spaccata, il corpo semi carbonizzato, è il segnale, Kürten è tornato e ha fame. La città inizia a tremare, i giornali scrivono di un maniaco, ma lui è più veloce delle parole. Colpisce ancora e ancora, Agnes, Maria, Gertrude. Corpi sgozzati, ferite inferte con sadismo, ogni lama, un orgasmo. Peter confesserà che nel momento esatto in cui la vittima muore, lui prova un’eccitazione sessuale talmente forte da costringerlo a trattenersi dal gridare, e non sempre ci riesce, per lui uccidere è sesso, il sangue è la sua carezza. Ma il vampiro non ha ancora rivelato il suo volto e Düsseldorf, ignara, inizia a contare i morti.
Primavera 1929. La luce si allunga sulle strade di Düsseldorf, ma è un’illusione, perché nell’ombra, Peter Kürten cammina. Segue, osserva, ascolta il rumore dei tacchi sul selciato, il fruscio di una gonna che si ferma troppo a lungo, è sempre sera, sempre prima che arrivi il buio. Il 14 maggio aggredisce due ragazze, Anna e Maria, le accoltella con rapidità, colpisce all’addome e alla schiena, poi scappa. Non vuole uccidere subito, vuole giocare. Anna sopravvive, Maria no. Passano giorni, poi un’altra: Gertrud Hamacher, tredici anni.
Strangolata, colpita con una pietra, seviziata. Il suo corpo viene lasciato in un campo, Kürten rientra a casa. Nessuno sospetta di quell’uomo dai modi gentili, col bavero sempre in ordine.
Quando la polizia trova la ragazza, non ha tracce, non ha testimoni, solo ferite e il sospetto che ci sia un filo con un unico nome, Peter li osserva. Legge i giornali, colleziona gli articoli, si eccita mentre ascolta i dettagli delle indagini, inizia a scrivere lettere anonime, con mappe precise e parole di sfida. Vuole essere inseguito, ma non preso. Nel frattempo, i cadaveri aumentano.
Düsseldorf è in ginocchio, la stampa parla di un “sadico”, la polizia inizia a collegare le aggressioni, ma Peter Kürten ha un debole per il palcoscenico, vuole alimentare la caccia, dirigere il terrore e allora scrive. Una lettera raggiunge gli investigatori, dentro, c’è una mappa.
Ci sono dettagli che solo il killer può conoscere, è una confessione anonima: parla dell’omicidio di Gertrud, della posizione del corpo, della pietra usata per schiacciarle il cranio.
Parole fredde, firmate dal vuoto. Peter non si ferma, torna a colpire. Erna Wanders, 14 anni.
Strangolata, sgozzata, morsa. Poi Maria Hahn, 24 anni, uccisa dopo essere stata convinta a seguirlo, Peter la violenta, poi le infligge venti coltellate, ma dopo l’omicidio, torna sul luogo del delitto. La scava, la accarezza, la tocca ancora, nel sangue, sente il potere. Scrive un’altra lettera, descrive come ha seppellito il corpo. Chiede alla polizia se è riuscita a trovarlo.
Firmato: “Un amico della giustizia”. Le autorità iniziano a rendersi conto che non stanno inseguendo un pazzo, stanno inseguendo un regista del terrore.
La città respira terrore, le madri non lasciano più uscire le figlie. I mariti guardano le ombre dietro ogni angolo, e Peter Kürten continua a nutrirsi. Non solo di carne, ma della paura.
È l’estate del 1929, Elisabeth Dörrier, domestica, viene colpita mentre cammina al buio.
Un colpo secco, alla schiena, poi al cranio. Non riesce nemmeno a voltarsi, muore senza volto.
Il suo corpo resta disteso nella polvere per ore. Un’altra donna, un’altra lama.
Peter si aggira per i vicoli, per i parchi, per le zone mal illuminate. Non sempre uccide, a volte accoltella alla cieca, un braccio, una schiena, un fianco. Ferite leggere, veloci ma che a lui bastano. Ogni goccia che cola è piacere.
I giornali ormai lo chiamano “il vampiro”. Un’intera città vive col fiato sospeso, e lui sorride nell’ombra, lo sa che la sua fine si avvicina ma non ha ancora bevuto abbastanza.
Maggio 1930, una ragazza di nome Maria Budlik prende un treno per Düsseldorf.
Ha lasciato la sua città per lavoro, sperando in una nuova vita. Appena scesa, un uomo si offre di accompagnarla, le parla con gentilezza, le promette un alloggio, lei accetta.
Ma l’uomo la porta in un vicolo, cerca di violentarla. Maria riesce a fuggire, in preda al panico,
trova rifugio presso un altro sconosciuto, Un uomo distinto, educato, che le offre un posto per dormire. È Peter Kürten. La ospita, le parla. Si finge protettore, poi, mentre lei si rilassa, la trascina in un bosco, la minaccia, ma non la uccide. Maria riesce a scappare ancora. Qualche giorno dopo, scrive una lettera alla polizia,
parla di un’aggressione, di una paura profonda e di quell’uomo gentile, che però le aveva fatto troppo paura. Non fa nomi, ma la lettera arriva nelle mani giuste. Gli investigatori cominciano a sospettare, seguono la traccia e finalmente un volto emerge dall’ombra.
Quando Peter Kürten viene arrestato, è il 24 maggio 1930. Confessa tutto, ogni delitto, ogni bambino, ogni goccia di sangue. Parla con calma, come se stesse raccontando una favola.
Gli psichiatri lo ascoltano, annotano ogni dettaglio. Gli chiedono perché, e lui risponde: “Provavo piacere, ma anche potere.” Dice che gli bastava vedere il sangue per sentirsi vivo,
che bere quel sangue lo calmava, che ogni colpo era come un orgasmo. Parla della sindrome di Renfield, dell’ossessione per il sangue e del fuoco, dei cavalli, della fame d’infanzia. Tutto torna, tutto fa orrore. Al processo la stampa lo chiama “Il vampiro”, il pubblico lo fischia.
Ma lui si presenta elegante, composto, guarda i giudici con occhi fermi. Racconta i crimini come se non fossero suoi, dice: “Non ho mai provato rimorso. Mai.” Il verdetto è una ghigliottina . Peter Kürten viene condannato a morte per nove omicidi, ma lui, di corpi, ne ha lasciati molti di più. E il buio, adesso, sembra più vicino che mai.
Colonia, 2 luglio 1931, è l’alba. Peter Kürten cammina verso la ghigliottina.
Non trema, non prega. Si gira verso il boia e sussurra:
“Mi chiedo… sentirò il mio sangue uscire dal collo? Anche solo per un attimo… potrei sentire il piacere?” Un secondo dopo, la lama cade, un colpo secco, la testa rotola e gli occhi restano aperti. Ma non è finita, Il cervello viene estratto, studiato. Lo vogliono capire, lo vogliono spiegare, ma non trovano nulla, solo tessuti, impulsi, vene. Nessun segno del male e nessuna traccia del buio. La testa viene conservata in formalina, oggi è ancora lì, in un museo dell’orrore, negli Stati Uniti. Chi la guarda resta in silenzio, è solo un teschio.
Ma sembra che, da dentro, stia ancora parlando.
Oggi, la sua testa è in un barattolo, ma i suoi occhi sembrano ancora guardare. Il vampiro di Düsseldorf non ha mai dormito e forse non lo farà mai.