
Non uno slogan, ma un metodo. Non una postura comunicativa, ma una disciplina della responsabilità. È questo il cuore del messaggio lanciato da Ugo Cappellacci durante la presentazione romana del suo libro “La rivoluzione gentile – verso la leadership della gentilezza”, andata in scena al Teatro de’ Servi davanti a una platea attenta e a ospiti di primo piano. Accanto al presidente della Commissione Affari Sociali e Salute della Camera, figure di rilievo come Gianni Letta, già sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, e la deputata Rita dalla Chiesa, con la conduzione affidata a Licia Colò. Un dialogo che ha messo al centro non tanto un programma politico, quanto una riflessione più profonda sul senso della leadership e sul rapporto tra istituzioni e cittadini. Il passaggio più significativo dell’intervento di Cappellacci è quello che definisce il perimetro etico della sua proposta: “La leadership della gentilezza non è debolezza. È la forma più esigente della responsabilità. E la responsabilità, per essere tale, rifiuta ogni forma di autoassoluzione.” Una frase che racchiude l’impostazione del libro e che segna una distanza netta da una politica autoreferenziale, più incline a giustificarsi che a mettersi in discussione. Nel suo ragionamento, la gentilezza non è sinonimo di accondiscendenza, ma coincide con il rispetto della verità. E la verità, in politica, implica assumersi fino in fondo il peso delle decisioni e dei risultati, senza cercare alibi. “Quando i cittadini si esprimono – ha spiegato – il compito di chi rappresenta non è proteggersi. È ascoltare”. Da qui una delle frasi più incisive dell’incontro: “Un rappresentante che non ascolta non rappresenta: occupa.”