
Da decenni io, non sardo ma continentale, faccio ricerca scientifica in affiancamento a mia moglie, Antonietta Gatti. Non sono sardo se non, forse, in una vita precedente, ma per quell’isola provo un’attrazione quasi patologica.
Le nostre ricerche riguardano argomenti strettamente scientifici, in gran parte di pertinenza sanitaria che ha interessato pure i poligoni militari sardi, ma tra questi non è contemplata la psichiatria e, quindi, non entrerò in particolari che, almeno in parte, potrebbero essere illustrati solo da uno specialista della materia.
Cambio, ma solo in apparenza, argomento: la processione di un’ottantina di chilometri in onore di Sant’Efisio che si tiene ogni anno ininterrottamente dalla metà del Seicento quando, senza entrare in argomenti che non mi competono, per intercessione del Santo (allora morto più o meno da 13 secoli,) scomparve la peste che per qualche anno aveva devastato la Sardegna.
L’usanza vuole che una serie di carri votivi sfilino trainati da coppie di buoi. Da qui il rischio gravissimo: e se quegli animali fossero infetti, attaccati dalla dermatite nodulare bovina? E, allora, occorre, in un approccio di minima, vaccinarli. E qui evito di entrare in qualcosa che i medici, umani o veterinari che siano, dovrebbero conoscere, se non altro in ragione del “pezzo di carta.”
Per chiarezza, in modo che sia quanto di più semplice comprensione possibile, sottolineo come quella malattia sia descritta come dovuta ad un virus trasmesso attraverso insetti che fungono da vettori. Sottolineo pure come la malattia non sia trasmissibile all’uomo.


