Bryan May-L’uomo che guarda le stelle

La chitarra puntata verso il cielo
Bryan Mey

Ci sono musicisti che scrivono canzoni e poi ci sono uomini che oltre a scrivere canzoni, sembrano nati per decifrare l’universo. Brian May appartiene alla seconda categoria.
Mentre milioni di persone lo guardano sul palco di Wembley con la Red Special stretta al petto, pochi immaginano che quell’uomo dai riccioli selvaggi e dal suono inconfondibile, una volta sceso dal palco, torni a fare una cosa ancora più incredibile: studiare le stelle. Non per hobby e nemmeno da rockstar eccentrica, ma da vero scienziato.
Prima ancora dei Queen infatti, Brian May studia fisica e astronomia all’Imperial College London. Poi arriva il successo mostruoso della band. Arrivano gli stadi, Freddie Mercury, “Bohemian Rhapsody”, i tour infiniti, il rock senza tempo. Eppure dentro di lui resta sempre aperta una porta: quella del cosmo. Per decenni quella passione rimane sospesa come una nota lasciata vibrare nell’aria. Poi, quando molti artisti della sua generazione vivono soltanto di nostalgia, Brian May fa qualcosa di folle: Torna all’università, riprende gli studi e diventa diventa astrofisico. Come se il rock non gli fosse bastato.

Il cacciatore di asteroidi

La cosa più assurda è che Brian May non si limita a “parlare di spazio”, lui ci lavora davvero. Nel 2007 consegue il dottorato in astrofisica con una ricerca dedicata alla polvere zodiacale: minuscole particelle cosmiche disperse nel Sistema Solare che riflettono la luce del Sole creando bagliori quasi invisibili nel cielo notturno. Materia complessa, roba da osservatori astronomici, non da backstage. Ma il punto è un altro: Negli anni Brian May diventa anche uno dei volti più importanti della divulgazione astronomica moderna. Collabora con scienziati, osservatori e progetti dedicati al monitoraggio degli oggetti vicini alla Terra, asteroidi, corpi celesti potenzialmente pericolosi. Frammenti vaganti che attraversano il buio a velocità spaventose. Non ha “inventato una macchina per intercettare asteroidi” nel senso cinematografico del termine, ma ha contribuito concretamente alla sensibilizzazione scientifica e ai progetti di osservazione del cielo, sostenendo la ricerca sui Near-Earth Objects e promuovendo la difesa planetaria.
Ed è incredibile pensare che l’uomo che suona “We Will Rock You” sia anche uno che passa le notti a parlare di traiettorie cosmiche, telescopi e collisioni spaziali. Come se la sua vera natura fosse sempre stata questa: un ponte tra amplificatori e galassie.

Il silenzio dell'universo

Forse è proprio questo che rende Brian May così diverso dagli altri miti del rock, perché lui non ha mai smesso di cercare. Molti musicisti inseguono l’eternità attraverso il successo, lui invece sembra averla cercata nel cielo. E in fondo i Queen hanno sempre avuto qualcosa di cosmico. Basta ascoltare “’39”, scritta proprio da Brian May: una canzone malinconica e visionaria che parla di viaggi spaziali, relatività del tempo e distanze impossibili da colmare. Fantascienza e nostalgia fuse insieme. E se Freddie Mercury incendiava il palco, Brian May guardava oltre il palco, guardava verso qualcosa di immensamente più grande.
Ed è forse per questo che ancora oggi la sua figura colpisce così tanto: perché dimostra che il rock non è soltanto eccesso, droga o distruzione, il rock può essere anche cultura, studio, curiosità feroce e fame di capire il mondo, o l’universo.

Le note nascoste tra le galassie

C’è una fotografia perfetta di Brian May, quella in cui osserva il cielo.
Perché lì dentro c’è tutto: il ragazzo londinese innamorato dell’astronomia, il chitarrista che cambia la storia della musica, lo scienziato che torna a studiare dopo una vita di concerti.
Forse musica e astronomia non sono poi così lontane, entrambe parlano di frequenze, vibrazioni, armonie invisibili, una si ascolta con le orecchie, l’altra con telescopi puntati nel buio. E in fondo Brian May sembra aver passato tutta la vita a inseguire la stessa identica cosa: il mistero. Perché certi assoli dei Queen sembrano davvero arrivare da un altro pianeta. Hanno qualcosa di immenso, quasi cosmico. E allora capisci che forse non è un caso se proprio lui, il chitarrista dei Queen, abbia sentito il bisogno di studiare le stelle.
Perché la musica, quella vera, funziona esattamente come l’universo: vive di armonie perfette, esplosioni improvvise, silenzi giganteschi e distanze che fanno paura. Una canzone può attraversare quarant’anni e colpire ancora il cuore di qualcuno. La luce di una stella può viaggiare milioni di anni prima di arrivare ai nostri occhi. Ed è qui che Brian May diventa qualcosa di più di una rockstar, diventa il simbolo di un uomo che ha saputo guardare sia dentro un amplificatore che dentro il cosmo, trovando in entrambi la stessa profondità.
Perché certe note, proprio come le stelle, non smettono mai davvero di brillare.

prova
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