
Se un viaggiatore fosse sbarcato in Sardegna nel 1650, avrebbe avuto l’impressione di trovarsi in un crocevia di popoli e di storie. Pur essendo un’isola lontana dalle grandi capitali europee, la Sardegna era allora un mosaico linguistico straordinario, nel quale convivevano le antiche voci del Mediterraneo e le lingue dei nuovi dominatori.
La lingua che il viaggiatore avrebbe sentito più spesso nelle campagne, nei villaggi e nei mercati era il sardo. Erede diretto del latino introdotto dai Romani oltre diciotto secoli prima, il sardo aveva conservato una fisionomia unica e arcaica. I pastori del Gennargentu, i contadini del Campidano e gli abitanti dei piccoli centri dell’interno si esprimevano quotidianamente nelle diverse varianti dell’isola, soprattutto il logudorese e il campidanese. Era la lingua del popolo, della famiglia, delle tradizioni e dei racconti tramandati attorno al focolare.
Ma la Sardegna del Seicento non parlava soltanto la lingua dei suoi abitanti. Dal punto di vista politico, l’isola apparteneva alla Corona di Spagna, e nelle sale del potere risuonavano parole castigliane. Il viceré, i funzionari del regno, i tribunali e gran parte della burocrazia utilizzavano lo spagnolo, la lingua dell’autorità e dell’amministrazione. Per un contadino sardo, ascoltare una sentenza o leggere un documento ufficiale significava spesso confrontarsi con una lingua estranea, quella di un potere lontano che governava da Madrid.
Prima ancora dello spagnolo, tuttavia, un’altra lingua iberica aveva lasciato un segno profondo nell’isola: il catalano. Giunto in Sardegna con la conquista aragonese del XIV secolo, il catalano fu per lungo tempo la lingua dell’amministrazione, della nobiltà e delle élite urbane. Nel 1650 il suo ruolo politico era ormai diminuito a favore del castigliano, ma continuava a vivere con forza nella città di Alghero, dove le strade, le case e le famiglie conservavano ancora la lingua dei loro antenati catalani.
Accanto alle lingue parlate dal popolo e dai governanti, sopravviveva il latino. Non era più la lingua di tutti i giorni, ma rimaneva il codice universale della Chiesa, della cultura e dell’istruzione. Nelle messe, negli atti ecclesiastici, nelle università e nelle opere degli studiosi il latino continuava a essere la voce della tradizione e del sapere. Un sacerdote sardo del Seicento poteva quindi conoscere e utilizzare almeno quattro lingue: il sardo della vita quotidiana, il latino della religione e, spesso, lo spagnolo e l’italiano della cultura scritta.
Anche l’italiano, nella forma del toscano letterario, aveva una presenza significativa. Le opere di Dante, Petrarca e Boccaccio erano lette negli ambienti colti, tuttavia, sarebbe stato necessario attendere molti secoli prima che l’italiano diventasse la lingua comune dell’intera popolazione.
Quasi assente era invece il greco, lingua che tra il VI e l’XI secolo aveva avuto un ruolo importante nell’amministrazione e nella vita religiosa dell’isola. Col passare del tempo, però, l’influenza bizantina si era dissolta e la lingua greca scomparve dalla Sardegna, lasciando soltanto alcune tracce indirette nella cultura e nella tradizione religiosa.
La Sardegna del Seicento era dunque una terra di confini e di incontri. Il pastore che parlava in sardo, il funzionario che scriveva in spagnolo, il mercante che conosceva il catalano, il religioso che pregava in latino e il letterato che leggeva in italiano appartenevano tutti allo stesso mondo. Ogni lingua rappresentava un livello diverso della società e raccontava una pagina della lunga storia dell’isola: quella dei Nuragici, dei Romani, dei Bizantini, degli Aragonesi e degli Spagnoli.
In nessun altro luogo del Mediterraneo la storia era così evidente nelle parole di ogni giorno. La Sardegna del 1650 non era soltanto un’isola sotto il dominio di una corona straniera: era una biblioteca vivente di lingue, dove ogni voce conservava il ricordo di una civiltà passata.


