
Cagliari, 19 dicembre 1990. In uno studio notarile di viale Regina Margherita, un gruppo di ragazzi appena ventenni firma i documenti che danno vita a qualcosa di improbabile per la Sardegna: una squadra di football americano. Si chiamano Michele De Virgiliis, Paolo Bruni, Fabrizio Columbu, Raffaele Crudele, Dario Mannoni, Aldo Luchi, Stefano Columbu, Roberto Zedda, Stefano Sechi ed Emanuele Garzia. Quasi nessuno ha mai giocato a livello strutturato. Tutti vogliono riprovarci dopo la dissoluzione dei Sirbons Cagliari, la prima franchigia isolana. Il nome lo propone Raffaele Crudele, ispirandosi a un gioco di ruolo che lo appassionava: Crusaders. I colori, rosso, argento e nero, segnalano una rottura deliberata col passato. Una nuova identità da costruire da zero. Il primo allenamento è a gennaio 1991, il primo match ufficiale il 21 marzo 1992 a Crotone. Quello che segue è un viaggio lungo tre decenni, fatto di trasferte in aereo, budget risicati e atleti che si pagano i voli di tasca propria. «Sembra ancora ieri», ricorda oggi Garzia, unico superstite del gruppo fondatore ancora in sella, «non sapevamo tutto quello che avremmo dovuto sopportare: trasferte, attrezzature, divise, reperimento di campi. Lo si fa per la passione, che continua a spingermi». I risultati però arrivano: nel 2004 i Crusaders battono i Red Jackets Sarzana e conquistano il primo titolo nazionale, impresa ripetuta nel 2010 a Palermo sugli Islanders Venezia. Due finali perse di misura, nel 2003 e nel 2011, completano il palmarès di una franchigia di vertice. Dal 2019 la società sceglie di ripartire dal campionato CIF9 a nove giocatori, ricostruendo il progetto con pazienza e con uno sguardo al futuro.
Trentacinque anni dopo quella firma dal notaio, i Crusaders sono ancora lì. Garzia guida una realtà che va ben oltre la prima squadra: un settore giovanile in crescita, una sezione flag football che nel 2025 ha partecipato per la prima volta al Trofeo CONI e che nel 2026 ha visto tre atleti convocati in nazionale. La svolta più concreta arriva sul fronte logistico: per trentacinque anni l’assenza di un campo fisso è stata la croce di questa società. Poi, finalmente, Terramaini. L’impianto di via Cesare Cabras è stato ristrutturato con il supporto del Comune di Cagliari: manto in erba sintetica, porte a Y fissate al terreno, spazi per gli allenamenti e ribattezzato dai crociati stessi Crusaders American Football Field. Le sfide restano concrete. La prossima stagione vedrà il salto in Seconda Divisione, un passo oneroso che richiederà nuove risorse. «Il touchdown per noi è arrivare in seconda divisione trovando gli sponsor che ci aiutino», dice Garzia, che non nasconde però una amarezza: «Quando si parla di sport nelle testate televisive sarde non si fa cenno a una realtà che ha raggiunto la finale di Conference. Non esistono sport minori: sono tutti sport principali, con dignità di essere citati». Il terzo scudetto inseguito dal 2010 non è ancora arrivato, ma c’è qualcosa che distingue i Crusaders da tante altre realtà dilettantistiche: la capacità di resistere.
Trentacinque anni su un’isola, con risorse sempre insufficienti e nonostante tutto ancora in campo, ancora a formare ragazzi, ancora a sognare in grande.


