
Sono trascorsi nove anni dalla tragica fine del leader indipendentista Doddore Meloni, provato dalla detenzione nel carcere di Massama prima e di Uta poi, e deceduto dopo il ricovero all’ospedale Santissima Trinità di Cagliari. Molti ricordano la lotta disperata della sua avvocatessa, Cristina Puddu perché durante i 66 giorni di sciopero della fame aveva più volte sollecitato l’amministrazione giudiziaria per provare a salvargli la vita. Chiedeva che potesse ottenere gli arresti domiciliari per le sue condizioni di salute incompatibili con il carcere ma le sue istanze non furono accolte.
In occasione dell’anniversario, Puddu affida ai social il suo struggente ricordo che al tempo stesso è un richiamo alla testimonianza: “Da nove anni Doddore Meloni è dentro quella bara. Non è morto per un incidente e nemmeno di malattia né di vecchiaia. Doddore è morto di fame e di sete, detenuto in un carcere dello Stato italiano che aveva il dovere di tenerlo in vita”, scrive l’avvocatessa. “Doddore è morto perché ha testimoniato con la sua vita il diritto dei sardi ad essere indipendenti, martire per la libertà della Sardegna. Oggi tutti quelli che si avvicinano al tema dell’indipendentismo hanno il dovere morale di conoscere la storia politica, giudiziaria e umana di un uomo che davanti alla propria vita ha messo il desiderio di libertà di un popolo. Perché senza il riconoscimento del valore di Doddore Meloni non ci potrà mai essere indipendentismo credibile”, conclude.