
“Un caldo soffocante ha accolto la delegazione, capofila Antigone, che alle 12.30 ha varcato il cancello d’ingresso del più grande e popolato istituto penitenziario dell’isola. Un caldo democratico che investe tutto il sistema senza eccezioni”. Inizia così il reportage condiviso su facebook dall’attivista Maria Grazia Caligaris, leader di Socialismo diritti e riforme che ieri ha visitato il carcere di Uta insieme a Federica Delogu e Emmanuele Farris di Antigone, al Garante Gianni Loy, alla consigliera Laura Stochino e a Gisella Trincas. “Particolarmente pesante il clima negli ambulatori e nel SAI dove medici e detenuti vivono quotidianamente immersi nel sudore. La gentilezza, disponibilità e professionalità del Direttore Pietro Borruto, della Vicedirettrice Giulia Donatucci, del Comandante Alessandro Caria e dei funzionari Claudio Massa e Giuseppina Pani e dello staff Medico coordinato dal Direttore Sanitario Gianfranco Carboni, non può purtroppo far dimenticare le condizioni di vita delle persone che stanno scontando una pena. “Ettore Scalas” è una Casa Circondariale solo in teoria, in realtà un carcere dove convivono, seppure in sezioni separate, persone in Alta Sicurezza, detenuti comuni, ergastolani, art. 14 bis e 31 donne. Complessivamente 732 carcerati, in spazi per poco più di 500 (130% sovraffollamento), con un personale insufficiente e inadeguato per qualsivoglia numero di riferimento. Avere dietro le sbarre oltre 200 persone in più rispetto alla capienza regolamentare significa non rispettare le norme previste dall’ordinamento penitenziario in materia di spazi. Quattro persone chiuse in una cella, anche se le sezioni sono aperte vuol dire mettere a dura prova il dettato costituzionale”.
Drammatica la condizione di vita di chi ha una condizione precaria di salute. Il dato più preoccupante è che su 732 detenuti (ma già oggi sono 740) 250 sono in doppia diagnosi, cioè hanno un disturbo psichiatrico e una tossicodipendenza (60 sono in terapia con il metadone – 50 psicotici – 15 pericolosi socialmente). Delle 31 donne 15 sono in doppia diagnosi. Due psichiatre (una delle quali anche impegnata come tossicologa) non possono fare miracoli e neppure due psicologhe. Il personale infermieristico conta 22 professionisti (anziché 40). Basti osservare che nella sezione “transito” e in quella a regime intensificato le pareti vengono imbiancate settimanalmente. Svellere i sanitari e distruggere i muri trasformando le celle in open space è quasi uno sport quotidiano così come lanciare, attraverso le sbarre, non solo oggetti e liquidi di qualunque origine e/o provenienza. Qualcuno è perfino riuscito a uscire dalla cella attraverso lo spazio destinato alla consegna del cibo costringendo gli Agenti a limitare ulteriormente lo spazio. Si tratta di persone che difficilmente hanno capito perché sono in carcere. La presenza di un’assistente sociale, la prima in Istituto, ha consentito di promuovere il progetto “Movimento e salute in carcere” per 5 persone affette da patologie cronico-degenerative multiple, un’iniziativa ammirevole, un segnale ma purtroppo insufficiente. Il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione deve riguardare l’intera comunità. Incrementare la pianta organica è indispensabile ma occorre uno sforzo dell’intera area metropolitana di Cagliari per rafforzare i Centri di Salute Mentale e realizzare in tempi brevi piccole Comunità Terapeutiche, strutture alternative al carcere per curare chi ha un disturbo della sfera psichica, senza gravare sulle famiglie.
Non si può dimenticare che al quadro già molto complesso si aggiunge la presenza di 197 detenuti stranieri, prevalentemente extracomunitari, che possono contare su 2 mediatori culturali. Si tratta di persone per le quali il principio della territorialità della pena non viene considerato. Spesso hanno commesso il reato fuori dall’isola oppure vengono trasferiti per alleggerire altre strutture. Per loro il carcere rischia di diventare davvero una tortura. Complessivamente i funzionari giuridici pedagogici sono 12. A loro spetta il compito di curare il progetto rieducativo di tutti quelli che varcano la soglia del carcere. Un ruolo particolarmente difficile e delicato che la Direzione dell’Istituto sta cercando di migliorare con gli staff di sezione affinché ciascun detenuto possa avere più riferimenti costanti ad ogni piano e sezione del carcere. In questo contesto risulta molto importante il ruolo dell’associazionismo e del terzo settore che offre un sostegno al ruolo dei funzionari con progetti finalizzati al reinserimento sociale.
Per quanto riguarda l’articolo 1 della Costituzione è anch’esso disatteso. Intanto a persone con disturbi psichici e/o malattie croniche non possono essere assegnati alcuni lavori (per es. cucina, differenziata ecc.). Scarse sono le opportunità offerte dal tessuto imprenditoriale esterno, nonostante le agevolazioni previste dalla legge Smuraglia. Pertanto svolge un’attività lavorativa un numero irrisorio (160 detenuti) a rotazione, spesso mensile. 19 sono in articolo 21, di loro 6 (1 donna) lavorano per l’amministrazione penitenziaria. Sono regolarmente pagati ma devono sottrarre dalla “mercede” il mantenimento (circa 120 euro mensili). 9 sono semiliberi. Il diritto al lavoro, che in carcere è anche occasione di recupero sociale e possibilità di sostenere le famiglie, è negato. Il tempo della pena si risolve, per tanti detenuti, in un “tempo perso” su una branda a guardare il soffitto.
Sconfortante il quadro degli operatori. Su una pianta prevista a regime per i numeri regolamentari di 438 agenti penitenziari, in servizio sono 326. Numeri che non cambieranno neanche con la presenza dei 92 “nuovi giunti” al 41bis. Ciò significa condizionare pesantemente le attività trattamentali e rieducative. La situazione diventa insostenibile nel caso di ricoveri in ospedale quando sono necessari 4 Agenti per turno, per un detenuto 24 persone. Se sono più di uno, come purtroppo accade, significa mettere a repentaglio la sicurezza interna dell’Istituto con la conseguenza che le attività programmate devono saltare.
In sintesi la realtà della Casa Circondariale di Cagliari-Uta presenta un quadro poco rassicurante sotto il profilo del rispetto della Costituzione che non parla di carcere ma di pene. Le Istituzioni locali devono farsi carico del sistema penitenziario nel suo complesso creando i presupposti affinché le pene abbiano davvero una valenza riabilitativa e questo può avvenire solo attivando circuiti virtuosi”.


