
C’è un mestiere che a Cagliari, in via Liguria, resiste ancora. Non fa rumore, non ha insegne luminose, eppure ogni giorno qualcuno bussa a quella porta con qualcosa che sembrava perduto: un paio di occhiali rotti, una montatura che chiunque altro avrebbe già gettato nella spazzatura. A ridargli vita è Francesco Tolu, 38 anni, che ripara occhiali quando ormai quasi nessuno lo sa più fare.
Il suo laboratorio è la Tolu Ottici Artisan Factory, al civico 52/54 di via Liguria: non un negozio come gli altri, ma una vera e propria bottega artigiana, dove accanto alla vendita convivono il restauro di montature vintage e la creazione di occhiali su misura, pezzo per pezzo. Un’anima artigiana che affonda le radici nella storia della famiglia Tolu, ottici in Sardegna dal 1974, prima a Guspini, poi ad Arbus e San Nicolò d’Arcidano, infine a Cagliari, e che oggi, con Francesco, mantiene viva a Cagliari una tradizione tramandata di generazione in generazione.
Non è nostalgia, la sua. È un mestiere vero, fatto di pazienza, di piccoli strumenti, di mani ferme e di un’attenzione che il mercato di oggi sembra aver dimenticato. In un’epoca in cui tutto si compra, si usa e si getta, dai telefoni agli elettrodomestici, fino agli stessi occhiali, spesso più convenienti da ricomprare che da aggiustare, Francesco ha scelto di andare controcorrente: “quando sono partito prima in Lombardia a 18 anni fino all’Inghilterra non avevo l’idea di diventare ottico e ho spaziato in vari settori, dall’ingegneria al restauro, alla moda e alla pelleteria – racconta – tutte esperienze che mi hanno portato a costruire un know how e una visione che poi è confluita nella realtà odierna. Nel 2017 ho deciso di tornare in Sardegna e di provarci”.
Così un gesto che sembra piccolo come una cerniera riavvitata, una lente rimontata, un nasello sostituito è diventato un atto di resilienza e caparbietà, oltre che capace di dare un valore che va oltre l’oggetto in sé. Significa dare una seconda possibilità a qualcosa a cui ci si è affezionati, spesso usato per anni e che sarebbe potuto rimanere in un cassetto. Significa risparmiare, certo, ma significa anche opporsi silenziosamente a una cultura dello scarto che sta erodendo mestieri, competenze e memoria artigiana.
Non è un discorso lontano da quello che, negli ultimi anni, si fa a proposito del fast fashion: capi pensati per durare una stagione, venduti a prezzi che rendono il buttare via più naturale del riparare, e che lasciano dietro di sé un costo ambientale ed etico che raramente si vede sull’etichetta. L’artigianato, quello vero, propone in fondo un’idea semplice e quasi controcorrente: che un oggetto fatto bene, e curato nel tempo, valga più della sua sostituzione. Non è solo una questione ecologica, per quanto anche in questo senso riparare un paio di occhiali invece di gettarli abbia un peso reale. È anche una questione di rispetto per il lavoro che serve a costruire un oggetto, per chi lo ha realizzato e per il rapporto che chi lo indossa costruisce con ciò che possiede.
Storie come quella di Francesco raccontano qualcosa di più grande di un singolo laboratorio. Raccontano che i vecchi mestieri, quelli che sembravano condannati all’oblio, possono ancora avere un posto e un valore in una società che ha smesso di chiedersi se un oggetto si possa riparare, prima di buttarlo via.

