
C’è una mappa biologica, intricata come un circuito stampato e vasta come un codice sorgente ancora da decifrare. Tra miliardi di lettere di Dna si nasconde una traccia che potrebbe cambiare tutto: l’impronta genetica del disturbo bipolare. E una delle tessere più nitide di questo mosaico arriva dalla Sardegna.
L’Isola non è nuova a scoperte del genere. Piccolo continente genetico, serbatoio di varianti rare e popolazioni rimaste sorprendentemente stabili nei secoli, la Sardegna è stata spesso al centro di studi sulle basi biologiche delle malattie complesse. Ma questa volta la posta in gioco è ancora più alta: capire il disturbo bipolare non solo nei suoi effetti, ma alla radice, nei suoi meccanismi più profondi.
Uno studio pubblicato su Nature, intitolato “Genomics yields biological and phenotypic insights into bipolar disorder”, condotto dal Psychiatric Genomics Consortium con oltre 800 scienziati, ha individuato 298 regioni del genoma legate al rischio della malattia. Con l’analisi di 158.036 pazienti bipolari e 2,8 milioni di individui sani in 79 centri di ricerca, rappresenta uno dei più vasti studi mai realizzati sul disturbo bipolare.


