
Una nicchia, una camera, una torre. Dentro, ciotole, olle, tegami, tazze. Nient’altro. Nessun oggetto d’oro, nessun’arma, nessuna statuetta. Eppure è proprio questo ritrovamento, avvenuto nei giorni scorsi all’interno del nuraghe di Nurax’e Cresia a Barumini, a suscitare l’attenzione degli archeologi e a suggerire che qualcosa, nella vita quotidiana del mondo nuragico, debba ancora essere riscritto.
Lo scavo è avvenuto in un luogo singolare: il sito si trova infatti dentro Casa Zapata, dimora nobiliare aragonese trasformata in museo, dove il percorso espositivo si snoda letteralmente attorno (e sopra) alle strutture nuragiche. Il pubblico osserva, gli archeologi scavano, e la storia riaffiora.
A emergere, nel cuore della poderosa torre centrale del nuraghe, è stato un gruppo compatto di ceramiche: oggetti da cucina — ciotole, tegami, tazze — ritrovati tutti insieme, accatastati dentro una nicchia laterale. La datazione è precisa: Bronzo Recente, un periodo centrale della civiltà nuragica, quello che Giovanni Lilliu chiamava “la bella età del nuraghe”.
Ciò che rende speciale questo ritrovamento non è il tipo di reperti, ma il fatto che si trovassero esattamente dove furono lasciati millenni fa. Non spostati, non rimescolati da altre epoche. Come se la vita dentro quella torre si fosse interrotta all’improvviso, lasciando tutto al suo posto. A coprire gli oggetti, uno spesso strato di macerie: segno che la torre è crollata e nessuno è più tornato a recuperarli.
Solo molto più tardi, in epoca storica, la struttura è stata riutilizzata in modo sorprendente. Proprio da quella torre è stato realizzato un cunicolo sotterraneo, in parte scavato nella roccia, che collegava direttamente l’interno all’acqua del pozzo. Una soluzione tecnica mai vista prima in altri nuraghi.
A parlare è Gianfranca Salis, direttrice dello scavo per la Soprintendenza: «Questo gruppo di oggetti ci mostra in modo nitido come si viveva lì dentro: cosa si cucinava, come si mangiava, quanto era abitata la torre. Ma soprattutto ci dice che quell’ambiente è rimasto intatto. È questa la sua forza: racconta una scena sospesa nel tempo».


