
La metà dei carcerati presenti nelle galere sarde è residente nell’isola. Gli altri provengono dal resto dell’Italia, e di questi circa il 25 per cento sono stranieri. Su un totale di 2.289 detenuti, i sardi sono 1.265, i trasferiti da altre regioni circa 1.000, mentre gli stranieri sono 585. Le donne detenute sono 41, pari al 2% della popolazione carceraria.
Le strutture penitenziarie della Sardegna hanno una capienza regolamentare di 2.614 posti, ma il sovraffollamento resta un problema strutturale: il tasso di occupazione medio è all’88%, con punte drammatiche a Uta (137%), Bancali-Sassari (118%) e Lanusei (100%). Questa era la situazione fotografata al 31 dicembre 2024.
Sul fronte sanitario il quadro resta allarmante. Il 27% dei detenuti è tossicodipendente, il 15% soffre di disturbi psichiatrici o depressione, mentre il 41% presenta condizioni sanitarie serie o gravi. Solo uno su cinque è considerato clinicamente sano. «Gravi carenze di personale, di specialisti, di servizi strutturati», denuncia la Garante regionale Irene Testa, che segnala un sistema sanitario penitenziario ancora ampiamente incompleto. «I detenuti psichiatrici restano spesso in carcere perché fuori non esistono strutture in grado di accoglierli.»
Fra le criticità più gravi resta la situazione dei minori detenuti. Nel carcere minorile di Quartucciu si trovano 10 ragazzi, in condizioni definite «inadeguate, inadatte e illegali» dalla Garante, che chiede da tempo la chiusura dell’istituto. Due bambini sotto i tre anni vivono inoltre reclusi con le madri detenute. «Rischiamo bambini che imparano a dire ‘guardia’ prima ancora di dire ‘papà’», è l’allarme rilanciato dal rapporto 2024.
Anche il lavoro resta una componente fragile del percorso rieducativo: solo il 25% dei detenuti svolge un’attività lavorativa, e l’85% di questi lavora direttamente alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. I percorsi professionalizzanti veri e propri restano sotto il 10%.
Sul territorio sardo sopravvive ancora il modello delle colonie penali agricole di Isili, Mamone e Is Arenas, considerate «un unicum nazionale» per il grado di apertura e il lavoro agricolo offerto ai detenuti. Ma anche su questo fronte la Garante denuncia immobilismo: «Ministri e sottosegretari visitano queste strutture, lodano il modello, ma poi non cambia nulla.» Insomma: assolutamente immancabili le dichiarazioni d’intenti da parte dei politici, ma zero annunci operativi. Ovviamente, i problemi rimangono lì, irrisolti.


