
Quando nel 1323 l’esercito di Alfonso d’Aragona sbarcò sulle coste della Sardegna, l’isola non era uno spazio politicamente uniforme. Da secoli era divisa tra i giudicati, i territori controllati da Pisa e Genova e i domini di potenti famiglie signorili. La conquista aragonese avrebbe cambiato radicalmente questo mosaico, introducendo un nuovo principio di organizzazione: una parte dell’isola sarebbe stata affidata a feudatari, mentre alcuni centri urbani sarebbero rimasti direttamente sotto la Corona. Nascevano, o si consolidavano, le città regie.
Il cuore di questo nuovo sistema era Cagliari, conquistata dagli Aragonesi nel 1326 dopo la resa pisana, occupava una posizione strategica straordinaria: affacciata sul golfo, dotata di un porto naturale e posta al centro delle rotte che collegavano la Sardegna alla penisola italiana, alla Catalogna e al Mediterraneo occidentale. Gli Aragonesi ne fecero il principale caposaldo del loro dominio.
Il cambiamento non fu soltanto politico. Nel quartiere fortificato di Castello, cuore della nuova Cagliari regia, la popolazione venne profondamente trasformata. I Pisani furono allontanati e la città fu ripopolata anche con catalani, mentre istituzioni, privilegi e forme amministrative furono modellati sull’esperienza della Corona d’Aragona. Cagliari ricevette privilegi paragonabili a quelli di Barcellona e divenne un laboratorio della presenza catalana nell’isola.
Essere una città regia significava, in sostanza, non appartenere a un signore feudale. La città dipendeva direttamente dal sovrano e conservava propri privilegi, istituzioni e spazi di autonomia, pur dovendo rispondere agli ufficiali della Corona. L’amministrazione municipale era affidata a magistrati e consigli cittadini, nei quali trovavano spazio esponenti dei ceti urbani: mercanti, professionisti, notai e membri delle élite locali. Il modello guardava alle città della Catalogna e, in particolare, a Barcellona.
Non tutta la Sardegna, però, seguiva questa strada.
La Corona utilizzò ampiamente il feudalesimo per ricompensare nobili catalani e aragonesi che avevano partecipato alla conquista. Vastissimi territori furono così concessi a famiglie aristocratiche, creando una geografia politica fatta di feudi, castelli, villaggi e città direttamente dipendenti dal re. Il contrasto tra territori feudali e città regie divenne una delle caratteristiche più importanti dell’organizzazione dell’isola.
Accanto a Cagliari emersero altri centri strategici. Iglesias, conquistata già nel 1324, era legata alla ricchezza delle miniere del Sulcis-Iglesiente. La sua importanza economica era tale da renderla una delle principali città dell’isola; mantenne inoltre una forte identità municipale e un rapporto diretto con la Corona.
Nel nord, Sassari rappresentava un altro polo urbano fondamentale, mentre Alghero, città di origine più antica e destinata a una profonda catalanizzazione, assumeva un ruolo strategico sulla costa occidentale. Più tardi, nell’evoluzione dell’ordinamento regio, sarebbero entrate nel gruppo delle città regie anche Bosa, Oristano e Castelsardo. La tradizione amministrativa arrivò così a identificare sette città regie: Cagliari, Sassari, Alghero, Castelsardo, Bosa, Oristano e Iglesias.
Ma durante il Trecento la situazione era tutt’altro che stabile. Il giudicato di Arborea, ultimo grande potere autonomo sardo, resistette a lungo all’espansione aragonese. Le guerre modificarono continuamente la geografia del potere: nel 1370, per esempio, la presenza aragonese sull’isola era ridotta soprattutto a Cagliari, Alghero e ad alcuni castelli.
In questo paesaggio instabile Cagliari rimase il punto di riferimento della monarchia. Era capitale politica, piazza militare, porto e centro amministrativo. Nel 1355 ospitò la convocazione del Parlamento sardo, rafforzando ulteriormente il proprio ruolo istituzionale. Anche quando il controllo aragonese sul resto dell’isola era ancora incompleto, la città rappresentava già il volto della nuova Sardegna monarchica.
Guardata dall’alto, la Sardegna aragonese apparirebbe dunque come una mappa fatta di colori diversi: feudi appartenenti a signori, territori contesi, castelli e, come isole nell’isola, città direttamente legate alla Corona.
Al centro di questa rete stava Cagliari. La sua storia aragonese non fu soltanto quella di una città conquistata: fu la costruzione di una nuova capitale mediterranea, sospesa tra tradizione sarda e cultura catalana. Ancora oggi, camminando tra le mura di Castello, è possibile leggere nella pietra quella trasformazione: il momento in cui la Sardegna cominciò a essere organizzata secondo una nuova geografia del potere, con il re lontano, ma presente, e Cagliari come suo principale punto d’appoggio nel cuore del Mediterraneo.


