
Il periodo tra il 1793 e il 1812 in Sardegna è caratterizzato da influenze esterne legate agli echi della rivoluzione francese e dei fermenti rivoluzionari che si diffondevano in Europa, trovando un terreno fertile tra gli intellettuali sardi capaci di cogliere il malcontento popolare e di indirizzarlo verso soluzioni già sperimentate con successo altrove. A quel tempo, la Sardegna era stremata, ancora regolata dai codici d’Arborea, sopravvissuti alla lunga dominazione spagnola e alle successive autorità della Casa Savoia. Nel 1827, quest’ultima impose il codice Feliciano ai sudditi del Regno di Sardegna, calpestando con arroganza le differenze culturali e di costume consolidate da secoli, nel tentativo di realizzare la “perfetta fusione” del 1847, che alimentò ulteriori tensioni e resistenze tra i sardi.
Dopo l’assedio della flotta francese al Golfo di Cagliari nel 1793, si parlò di una “eroica resistenza” come atto di fedeltà ai principi piemontesi. Questa occasione portò alla presentazione delle famose cinque richieste, respinte con sdegno dal re Vittorio Amedeo III, che accettò di ricevere la delegazione degli Stamenti solo dopo tre mesi di attesa. La situazione si fece critica e portò a un temporaneo successo della rivolta popolare contro il viceré Balbiano, che fu precipitosamente fatto imbarcare nei giorni successivi al 28 aprile 1794. La scintilla scatenante fu l’arresto dell’avvocato Vincenzo Cabras, organizzatore della sommossa, insieme al genero Efisio Pintor.


