DICE MONTALBANO. Storia dell'olivocoltura in Sardegna

Produzione olio

La presenza dell’olivo in Sardegna è antichissima. Analisi polliniche dimostrano la presenza dell’Olea europaea già in epoca post-glaciale, anche se i resti archeologici del Neolitico non consentono di distinguere con certezza tra olivastro selvatico e varietà coltivate. L’olivastro (Olea europaea sylvestris) è diffuso ancora oggi in vaste aree dell’isola, dove costituisce un elemento tipico del paesaggio.
Alcuni studiosi ritengono che l’olivo fosse già presente allo stato spontaneo quando i Sardi entrarono in contatto con i commercianti Fenici e Greci. È plausibile che alcune varietà oggi coltivate, forse di origine iberica, siano state introdotte in epoca punica e romana.
Alcuni esemplari secolari, anche se isolati, precedono di molto l’epoca spagnola, mentre esistono oleastri millenari, come quelli di Santa Maria Navarrese, Luras e Sarule, risalenti presumibilmente all’età nuragica, intorno a 4000 anni fa. Già in epoca nuragica era conosciuta la produzione di olio da lentisco, usato per l’illuminazione e a scopo alimentare. Tuttavia, nonostante gli scavi abbiano restituito strutture che potrebbero essere legate alla spremitura di sostanze oleose, manca qualsiasi evidenza diretta (come noccioli di oliva) di una vera olivicoltura organizzata. È probabile che l’olio d’oliva, già coltivato nel Mediterraneo orientale fin dal III millennio a.C., sia stato importato in Sardegna dai Micenei attraverso scambi commerciali, legati soprattutto alle esportazioni di metalli.

L'epoca romana e il tempo dei Giudicati

Durante l’epoca romana l’uso dell’olio si diffuse notevolmente. Numerosi ritrovamenti di anfore africane (III-IV sec. d.C.) nei porti sardi, come Karales, Nora, Tharros e Porto Torres, testimoniano l’importazione strutturata di olio da altre aree del Mediterraneo.
Nel Medioevo, sotto il regno di Maurizio (VI sec.), i dazi doganali non menzionano l’olio d’oliva tra le merci provenienti dalla Sardegna. Anche sotto il dominio delle repubbliche marinare di Genova e Pisa, non si registrano sforzi significativi per sviluppare la coltura dell’olivo. Tuttavia, la memoria degli “olivi dei Pisani” è rimasta nella tradizione popolare. L’avvento dei monasteri, soprattutto con gli ordini religiosi legati allo Stato Pontificio, portò alla creazione di tenute agricole in cui si avviò una timida coltivazione dell’olivo, legata però più alle necessità liturgiche (uso dell’olio benedetto) che a esigenze economiche.
Dal 1080 al 1120, con l’insediamento di ordini come Vittorini, Cassinesi, Camaldolesi, Vallombrosani e Cistercensi, l’olivicoltura monastica si organizzò meglio, ma restò un fenomeno marginale. Infatti, né la Carta de Logu (1390-91) né gli Statuti di Sassari (1316) menzionano esplicitamente la coltura dell’olivo. Anche nel tardo Medioevo l’olio di lentisco continuò a essere largamente utilizzato, e l’isola era costretta a importare olio da Liguria e Baleari.

L'epoca aragonese e spagnola

Un grosso ostacolo allo sviluppo dell’olivicoltura fu il conflitto tra pastorizia e agricoltura. La tradizione pastorale sarda, basata su transumanza e pascoli estensivi, non era compatibile con coltivazioni permanenti come l’olivo. Solo con l’arrivo degli Aragonesi (dal 1297) si registra una svolta. Lo storico seicentesco Fara conferma che l’innesto degli olivastri cominciò solo nel secondo Cinquecento.
Il viceré Don Giovanni Colonna nel 1572 emanò le prime disposizioni legislative a favore della coltura olivicola. Successivamente, il viceré Juan Vivas (1624) rafforzò l’obbligo di innestare almeno dieci olivastri l’anno, pena multe, e concesse la proprietà del fondo ai vassalli che effettuavano gli innesti. Inoltre, ogni località con almeno 500 piante doveva dotarsi di un mulino oleario. Per incentivare l’abilità tecnica, furono importati cinquanta innestatori esperti da Valencia e Maiorca. L’impronta spagnola è visibile ancora oggi nella toponomastica delle cultivar: Palma (Bosana), Majorca, Sivigliana e altre varietà richiamano origini iberiche.
Nel Settecento, l’olivicoltura continuò a essere incentivata: il viceré Don Ferdinando de Moncada (1700) impose l’obbligo di piantare olivi nei terreni chiusi, pena 50 ducati di multa. I censori vigilavano sulla separazione degli oliveti dai pascoli. Chi rispettava le norme otteneva la concessione dei fondi, a condizione che costruisse un mulino.

Dai Savoia al Novecento

Con il passaggio ai Savoia (1714), si mantenne l’interesse per l’olivicoltura. Figure come Francesco Gemelli e Giuseppe Cossu ebbero un ruolo chiave. Cossu, censore molto attivo, nel 1789 pubblicò Istruzione olearia, un manuale dettagliato sui frantoi e sull’estrazione dell’olio. Già nel 1771 aveva ispirato il pregone del viceré Des Hayes, anticipando la politica delle chiudende (clausura dei terreni), formalizzata nel 1820.
L’Editto sugli Oliveti del 1806 conferì titoli cavallereschi a chi piantava almeno 4000 olivi. Era possibile privatizzare terre coperte da olivastri se questi venivano innestati. La Chiesa doveva investire fondi e fornire assistenza tecnica. Le pene per chi danneggiava oliveti o muri erano severe, fino alla condanna a morte.
L’espansione fu significativa: vecchi oliveti si affiancarono a nuovi impianti, e alcuni grandi proprietari ottennero titoli nobiliari, soprannominati “Baroni dell’olio”. Nel 1853 a Nuoro, le autorità locali promossero l’innesto obbligatorio degli olivastri, valorizzando le colline interne.
Alla fine dell’Ottocento, con il catasto sardo, si registravano circa 24 mila ettari di oliveti. Nel 1901, all’Esposizione di Cagliari, parteciparono 12 produttori sardi, segno di una produzione strutturata. Un salto significativo si ebbe dopo il 1951 con la creazione dell’ETFAS, nell’ambito della riforma agraria. Tra il 1952 e il 1954 furono bonificati 65 mila ettari, inclusi nuovi oliveti.

La produzione attuale

Poiché in Sardegna mancavano vivai, si importarono piantine da Toscana, Sicilia e Puglia, portando nuove cultivar.
Dopo un periodo di crisi, l’olivicoltura riprese slancio negli anni ’90 grazie ai fondi europei (regolamenti CEE 2052/88 e 2081/93), che permisero la ristrutturazione degli oliveti storici e la creazione di nuovi impianti irrigui con cultivar selezionate. Alla fine degli anni ’90, si raggiunsero oltre 5 mila ettari di nuovi oliveti, per un totale di più di 40 mila ettari.
Oggi l’olivicoltura sarda è una realtà dinamica, innovativa e riconosciuta a livello nazionale e internazionale. Grazie a investimenti in ricerca e qualità, l’olio sardo ha conquistato premi prestigiosi, anche se la Sardegna continua a registrare un deficit produttivo: a fronte di una produzione media di quasi 100 mila quintali annui, l’isola deve importarne altrettanti per soddisfare la domanda interna.
La storia dell’olivicoltura in Sardegna è lunga, complessa e ricca di tappe fondamentali: dalla presenza spontanea dell’olivastro, ai primi innesti in epoca spagnola, fino alle politiche agrarie moderne che hanno trasformato l’olivo in una coltura identitaria e strategica per l’economia e la cultura sarda.

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