DICE MONTALBANO. Terapie magiche in Sardegna

Is brebus e s’ogu pigau
Is brebus

Uno sguardo che incrocia un altro sguardo, pupilla contro pupilla. Secondo una credenza ancora radicata in Sardegna, quando il sangue di uno è “più forte” di quello dell’altro, l’effetto è immediato e inevitabile: scatta la crisi. Un evento improvviso, incontrollabile, che può verificarsi senza intenzione, spesso in modo del tutto inconsapevole. Chiunque, potenzialmente, può esserne la causa. Persino l’eccesso di affetto o di amore, si dice, può risultare pericoloso, rendendo la guarigione ancora più difficile.
I segnali sono improvvisi: spossatezza, forti mal di testa, nausea, perdita di appetito, febbre alta, malinconia. Sintomi che, secondo studi di antropologia medica, spingono ogni anno oltre 36 mila persone in Sardegna a rivolgersi ai guaritori tradizionali per curare quello che viene definito “s’ogu pigau”, l’occhio preso.
Per proteggersi, la tradizione suggerisce piccoli gesti preventivi: indossare un capo al rovescio, portare addosso qualcosa di verde, un nastro, una foglia di basilico o di lentisco, oppure un oggetto caricato attraverso i brebus, le formule magico-religiose recitate dal guaritore. Braccialetti, cornetti d’oro, pezzi di corallo nero o medaglie con l’effigie dei santi diventano così amuleti personali.
Ma chi può guarire e come si diventa depositari di questa medicina dell’occhio? Le ricerche mostrano percorsi diversi, ma alcune condizioni sono imprescindibili. Anzitutto essere una “persona adatta”, ossia empatica, attenta e naturalmente incline ad aiutare gli altri. Fondamentale è anche la convinzione profonda nell’efficacia del rito. A sancire definitivamente il riconoscimento è però un solo elemento: la guarigione del malato.
C’è chi racconta di aver appreso l’arte da un anziano o da un familiare, chi sostiene di aver rubato i brebus ascoltandoli durante riti destinati ad altri, e chi, infine, attribuisce l’apprendimento a una rivelazione avvenuta in sogno, spesso per intercessione della Madonna.

Come funziona il rimedio

Gli studi censiscono fino a ventiquattro modalità diverse di esecuzione del rito terapeutico, che combinano segni della croce, formule rituali, preghiere, rosari e una pluralità di elementi simbolici: acqua, sale, grano, olio, orzo, pietre, carta. In questo intreccio di sacro e profano, di cristianesimo e simboli arcaici, il rituale richiede la partecipazione convinta sia del guaritore sia del paziente.
Tra le testimonianze raccolte, una guaritrice racconta di utilizzare acqua, sale, grano, una palma benedetta e una medaglia con due santi raffigurati. Il sale viene lasciato cadere nell’acqua, poi la palma tagliata in tre parti e infine il grano, senza contarne i chicchi. Durante il gesto si recitano le orazioni e si tracciano segni di croce. Se l’occhio è presente, si formano bolle attorno ai chicchi di grano: dalla loro disposizione si individua la parte malata. Al termine, il malato deve bere l’acqua, passaggio ritenuto indispensabile per la guarigione.
È proprio dall’interpretazione dei segni prodotti dagli elementi naturali che il guaritore formula la diagnosi e stabilisce la terapia. Le formule variano da zona a zona.
Nell’Oristanese si recita:
«Susanna ha’ fattu Anna, Anna ha’ fattu Maria, Maria ha’ fattu Gesusu, s’ogu spartidinci de innoi e no torristi mai prusu».
Nel Cagliaritano, invece, la preghiera invoca Dio e i santi Antioco, Giovanni Battista e Liberato, ma l’elenco delle varianti potrebbe estendersi a tutta l’isola.
Non sorprende che queste pratiche siano ancora vive. Nonostante le profonde trasformazioni socio-economiche degli ultimi cinquant’anni, in Sardegna persistono usi e costumi legati alla tradizione locale, verso la quale l’attaccamento resta fortissimo. È anche per questo che l’isola viene spesso indicata come una delle regioni euromediterranee più conservatrici.

Come si cura lo spavento

Accanto alla medicina dell’occhio, resistono anche le cure contro lo “spavento”, uno stato critico che comporterebbe una momentanea perdita del controllo di sé. Secondo una concezione arcaica, lo spavento permetterebbe a un’entità negativa di prendere il posto dell’io. Il rito magico ha dunque il compito di espellerla e ristabilire l’equilibrio.
La terapia deve svolgersi nel luogo stesso in cui lo spavento è avvenuto, dove l’io si sarebbe smarrito. Il malato viene sottoposto a fumigazioni accompagnate dai brebus: si bruciano incenso, palme e fiori benedetti, oppure indumenti, spaghi o persino capelli. Come il fumo si dissolve, così l’entità negativa abbandonerebbe il corpo.
Tra le pratiche più estreme, alcune guaritrici raccontano di rituali svolti nei cimiteri, facendo strusciare il malato su tombe di persone morte violentemente, o bruciando indumenti appartenuti a chi ha avuto una morte tragica, la cui cenere viene poi ingerita.
Riti che restano avvolti nel mistero e continuano a esercitare un forte potere suggestivo, eredità diretta della cultura pastorale sarda. È vero: la società è cambiata e tutto lascia pensare a un progressivo declino di queste terapie. Ma secondo gli antropologi è più probabile che si stia assistendo a una trasformazione, a un adattamento capace di ritagliare a questi saperi antichi uno spazio nella società postmoderna. Una nicchia in cui continuare a custodire, anche in futuro, un frammento essenziale dell’identità sarda.

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