
Venerdì 11 aprile 2025, la giustizia italiana ha concesso il differimento della pena a Graziano Mesina. Non per clemenza, né per un nuovo colpo di scena. Stavolta, a determinare la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Milano è stato il corpo stesso del protagonista: stanco, malato, consumato da un tumore in fase terminale.
Oggi, Mesina si trova nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo, a Milano. Ha 83 anni, non cammina più, non si alimenta da solo, fatica persino a riconoscere chi gli sta accanto. Le sue avvocate, Beatrice Goddi e Maria Luisa Vernier, avevano presentato l’istanza solo un giorno prima. La diagnosi non lasciava spazio a interpretazioni
Per chi è cresciuto in Sardegna — e in buona parte d’Italia — tra gli anni Sessanta e Ottanta, il nome di Graziano Mesina non ha mai avuto bisogno di spiegazioni. Era l’uomo che fuggiva dai penitenziari come fossero alberghi di passaggio. L’uomo dei boschi e dei sequestri, protagonista di un’epoca buia e affascinante, legata al fenomeno dell’Anonima sequestri, che per decenni terrorizzò il paese con rapimenti a scopo di estorsione.
Mesina è stato, senza dubbio, il volto simbolo di quella stagione. Una figura che oscillava tra il bandito e il ribelle, tra la leggenda popolare e la cronaca giudiziaria. Condannato all’ergastolo, ha collezionato fughe clamorose, condanne definitive e innumerevoli pagine di giornale.
Nel 2004, dopo oltre quarant’anni trascorsi tra carcere e latitanza, Mesina ottenne la grazia dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Per molti, fu un gesto di riconciliazione nazionale. Forse il tentativo di chiudere un capitolo troppo lungo e troppo ingombrante.
Ma il passato non si fece dimenticare. Nel 2016, l’ex primula rossa fu di nuovo arrestato, questa volta per traffico internazionale di droga. La grazia venne revocata. Da lì, una nuova fase di latitanza e, infine, la cattura nel 2021 a Desulo, in provincia di Nuoro. Da allora, era detenuto nel carcere di Opera, a Milano.
Negli ultimi due anni, le sue condizioni di salute si sono aggravate. Eppure, per sei volte prima di oggi, il Tribunale ha rigettato la richiesta di sospensione della pena, anche di fronte a una diagnosi in continuo peggioramento. Le avvocate avevano anche chiesto che Mesina potesse essere trasferito in Sardegna, vicino alla sua famiglia, per ricevere cure palliative. Le motivazioni dei giudici negli anni sono sempre state le stesse: la “persistente pericolosità sociale” dell’uomo. Un concetto che, a chi guarda oggi Mesina steso in un letto, appare ormai fuori tempo e fuori luogo. L’ospedale stesso lo ha definito “non più curabile”, e persino un secondo parere medico esterno è stato negato.
La storia di Graziano Mesina è molto più di una cronaca giudiziaria. È lo specchio di un’Italia che ha convissuto con il banditismo, con le sue contraddizioni e i suoi miti. È la parabola di un uomo che ha vissuto sul confine sottile tra fuorilegge e figura epica, tra giustizia e memoria collettiva.
Oggi, di quel passato resta solo un corpo che si spegne, in un reparto ospedaliero sotto sorveglianza. La sua scarcerazione non cambia il giudizio storico, né cancella i crimini. Ma segna, forse, l’ultimo capitolo di una vicenda che sembrava non finire mai.


