
Andrea Usala, 25 anni, attivista di Cagliari e studente della Scuola Holden di Torino, è stato arrestato il 10 giugno all’aeroporto de Il Cairo mentre cercava di partecipare alla “Global March to Gaza” — una marcia internazionale diretta al confine tra Egitto e Palestina per chiedere l’apertura del valico di Rafah e la fine dell’assedio su Gaza.
Insieme a lui è stata fermata anche Vittoria Antonioli Arduini, 21 anni, sua collega. I due hanno denunciato tramite messaggi vocali di essere detenuti da giorni senza accesso a cibo né servizi igienici. Il Ministero degli Esteri italiano ha confermato il fermo e attivato l’ambasciata, ma la situazione resta bloccata.
Non è stata la diplomazia a muoversi per prima, ma l’opinione pubblica, con un’ondata di reazioni partita da Facebook e dilagata rapidamente su TikTok e X. Ed è una frattura profonda, che coinvolge anche la Sardegna. Centinaia di post e commenti si sono accumulati in poche ore, trasformando il caso personale in una discussione nazionale. C’è chi considera Usala un esempio di coraggio e impegno civile. E c’è chi, al contrario, lo accusa di superficialità o provocazione politica.
“Andrea ha seguito le orme del padre nella lotta per i più deboli.”
“Palestina libera, grazie per il tuo coraggio.” — si legge in molti post condivisi in Sardegna, dove il cognome Usala è conosciuto anche per il passato sindacale del padre, Antioco, nella CGIL.
Ma a questi si contrappongono toni ben più duri: “In certi paesi non si va a fare attivismo: lo sanno anche le pietre.” “Dopo Giulio Regeni non si può essere così ingenui.”“Ora lo Stato dovrà spendere per riportarli a casa.”
Le stesse pagine Facebook dei due maggiori quotidiani sardi mostrano centinaia di commenti tra sostegno e critica feroce. Alcuni utenti definiscono Usala “eroe civile”, altri “ingenuo militante”. In mezzo, anche chi lo accusa di “strumentalizzare il conflitto” o di aver agito in modo “irresponsabile per farsi notare”.
L’ombra del caso Regeni è ovunque nei commenti. Molti italiani — non solo attivisti — ricordano il ricercatore torturato e ucciso nel 2016 al Cairo. Il paragone non è forzato: il contesto repressivo è simile, e il trattamento riservato ai cittadini stranieri oggi come allora è oggetto di interrogativi diplomatici mai del tutto chiariti.
Non a caso, alcuni parlamentari italiani (tra cui Silvestri, M5S) hanno chiesto spiegazioni alla Farnesina: “Non si può negare assistenza a chi è stato fermato solo per aver tentato una manifestazione pacifica”.
Il caso Usala ha scavalcato rapidamente i confini del conflitto israelo-palestinese. Ha toccato una linea di faglia interna all’Italia: quella tra l’attivismo internazionale e la percezione pubblica del rischio; tra chi considera la militanza un dovere morale e chi la vede come un atto di leggerezza politica.
La spaccatura è tangibile. Non si discute solo del destino di un giovane cagliaritano, ma anche del ruolo degli italiani nel mondo, dell’efficacia del gesto politico, e del senso – oggi – di prendere posizione fuori dal proprio Paese.
Nel frattempo, i due attivisti restano sotto custodia egiziana. Decine di altri partecipanti europei sono già stati rimpatriati. La Global March to Gaza, almeno per ora, è stata fermata.
Il governo italiano segue la vicenda, ma il caso è già diventato altro: un termometro dell’Italia contemporanea, divisa tra indignazione, pragmatismo, idealismo e cinismo, con i social che — più che informare — amplificano ogni spaccatura.


