Il cagliaritano Andrea Usala, attivista pro-Palestina, arrestato e subito rilasciato a Il Cairo: il caso divide i social
L’ombra del caso Regeni è ovunque nei commenti. Molti italiani — non solo attivisti — ricordano il ricercatore torturato e ucciso nel 2016 al Cairo. Il paragone non è forzato: il contesto repressivo è simile, e il trattamento riservato ai cittadini stranieri oggi come allora è oggetto di interrogativi diplomatici mai del tutto chiariti.
Non a caso, alcuni parlamentari italiani (tra cui Silvestri, M5S) hanno chiesto spiegazioni alla Farnesina: “Non si può negare assistenza a chi è stato fermato solo per aver tentato una manifestazione pacifica”.
Il caso Usala ha scavalcato rapidamente i confini del conflitto israelo-palestinese. Ha toccato una linea di faglia interna all’Italia: quella tra l’attivismo internazionale e la percezione pubblica del rischio; tra chi considera la militanza un dovere morale e chi la vede come un atto di leggerezza politica.
La spaccatura è tangibile. Non si discute solo del destino di un giovane cagliaritano, ma anche del ruolo degli italiani nel mondo, dell’efficacia del gesto politico, e del senso – oggi – di prendere posizione fuori dal proprio Paese.
Nel frattempo, i due attivisti restano sotto custodia egiziana. Decine di altri partecipanti europei sono già stati rimpatriati. La Global March to Gaza, almeno per ora, è stata fermata.
Il governo italiano segue la vicenda, ma il caso è già diventato altro: un termometro dell’Italia contemporanea, divisa tra indignazione, pragmatismo, idealismo e cinismo, con i social che — più che informare — amplificano ogni spaccatura.