
C’è una frase che, più di ogni altra, ha accompagnato la lunga giornata di Cala Finanza: “La Sardegna non si vende”. È risuonata tra le rocce e il mare cristallino, scandita dai cori dei manifestanti e sventolata sulle bandiere dei Quattro Mori. Un messaggio semplice ma potente, che sintetizza la contrarietà di centinaia di cittadini, associazioni e comitati al progetto della Tavolara Bay, che prevede la realizzazione di un resort di lusso con strutture ricettive, piscine e campi da golf. La protesta, nata spontaneamente e cresciuta nel giro di pochi giorni, ha già prodotto effetti concreti. Il Comune di Loiri Porto San Paolo ha revocato la delibera con cui aveva avviato il percorso per modificare la destinazione urbanistica dell’area, mentre un assessore comunale ha rassegnato le dimissioni dopo le polemiche legate al rapporto di parentela con l’amministratore delegato della Tavolara Bay. E’ intervenuto con una nota stampa anche l’assessore regionale all’Urbanistica, Francesco Spanedda, chiarendo che, allo stato attuale, non risultano presentate richieste relative alla costruzione di campi da golf, piscine o hotel di lusso. Una precisazione che, tuttavia, non è bastata a placare le preoccupazioni. Sui social continuano infatti a circolare i rendering del progetto, immagini che per molti rappresentano la trasformazione di uno dei tratti più incontaminati della Gallura in un’enclave esclusiva destinata a pochi privilegiati.
Ma la manifestazione di Cala Finanza racconta qualcosa che va oltre il destino del caso singolo. Oggi erano presenti insieme Liberu, Surra, Sardigna Natzione, Sos Cala Finanza e Grig, Wwf, Legambiente e Italia Nostra hanno dato il loro sostegno. Per molti dei partecipanti la posta in gioco è il modello di sviluppo della Sardegna. Nei cartelli e negli interventi pubblici ricorrono parole come tutela del paesaggio, beni comuni, autodeterminazione e diritto delle comunità locali a decidere il futuro del proprio territorio. C’è chi parla apertamente di una nuova forma di colonialismo economico, capace di consumare il suolo e di trasformare il patrimonio naturale dell’isola in un prodotto destinato a un turismo sempre più esclusivo. Il richiamo è inevitabile a quanto sta accadendo in Albania, dove migliaia di persone hanno manifestato dietro lo slogan “L’Albania non è in vendita” contro il progetto di un grande resort previsto sull’isola di Sazan e nella zona di Zvernec, nella laguna di Narta. Un’iniziativa promossa dalla Atlantic Incubation Partners, società collegata ad Affinity Partners, il fondo d’investimento fondato da Jared Kushner, genero e consigliere del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Fino a pochi giorni fa il progetto della Tavolara Bay sembrava destinato a seguire un percorso privo di particolari ostacoli. Oggi lo scenario è cambiato. La revoca della delibera comunale, le dimissioni dell’assessore e la straordinaria partecipazione popolare dimostrano che il confronto è appena iniziato. Qualunque sarà l’esito della vicenda, una cosa appare già evidente: Cala Finanza non è più soltanto il nome di una baia della Gallura. È diventata il simbolo di una Sardegna che rivendica il diritto di decidere quale futuro riservare alla propria terra e di stabilire, prima di ogni investimento, quali siano i confini oltre i quali il mercato non può spingersi.


