
Il più giovane ha 21 anni, il più grande, e grande si fa per dire, 33. Tre fratelli — Federico, Alessandro e Ismaele — e un cugino, Michele, che è come un fratello pure lui. Cognome: Stochino. STC l’acronimo che sa di codice fiscale è il nome della loro azienda. La loro storia comincia nel 1984, in una macelleria di appena 14 metri quadri a Ilbono. Un bancone, una cella frigorifera, tanto lavoro. È lì che il padre Bruno costruisce, pezzo dopo pezzo, un’impresa fondata sulla qualità e sulla fiducia. C’è la fila e sembra un fatto inspiegabile. Invece una ragione c’è: Bruno sa tutto, conosce anche i nomi e i gusti dei nipoti e dei figliocci dei clienti.
Negli anni ‘90 arriva la svolta. Il gruppo Pellicano convoca Bruno Stochino per affidargli la gestione di alcune macellerie dell’Isola. “Avete sbagliato persona”, risponde lui al confine tra lo stupito e l’infastidito. Tira e molla e alla fine accetta. Non avevano sbagliato affatto. L’azienda cresce fino a contare 120 macellai e quasi 11 milioni di euro di fatturato. Intanto pure i figli crescono tra il banco della carne, i libri e i capelli da spazzare nel salone della madre parrucchiera. Uno di loro consegue anche una laurea alla Bocconi ma pure gli altri si applicano. Nessuno perde il contatto con la gavetta né con la realtà. “Nostro padre ci ha insegnato che abbiamo una responsabilità sociale”, racconta senza retorica Federico, mostrando l’Academy aziendale dove oggi formano le nuove leve del mestiere. Con loro c’è anche Anna, storica dipendente, che ha visto passare il testimone alla nuova generazione.
Il salto decisivo arriva con l’acquisizione della storica Valriso, il colosso fallito della macellazione nella zona industriale di Macchiareddu. Quando entrano, trovano macerie industriali e una struttura segnata da gestioni precedenti difficili. Si rimboccano le maniche e ripartono. Senza un euro di denaro pubblico per la riconversione iniziale, scelta controcorrente rispetto a molte operazioni simili. Oggi quei 14 metri quadri sono diventati oltre 10 mila metri quadrati di stabilimento, più gli spazi coperti. I posti di lavoro diretti sono già 70, oltre all’indotto. Michele cerca i vitelli nei migliori allevamenti e da questa settimana li alleverà a Uta.
Il progetto non si ferma. Con risorse del PNRR la famiglia Stochino realizzerà, nel terreno adiacente, un allevamento integrato ad alti standard di alimentazione e benessere animale, fino a 2.500 capi. Sono giovani che studiano gli Stochino. Qualche settimana fa sono volati fino in Giappone per studiare da vicino i modelli produttivi della carne Wagyu, simbolo mondiale di qualità. L’obiettivo è portare standard sempre più elevati anche in Sardegna. Presto arriveranno altri 70 operatori. Il gruppo Stochino arriverà così a 500 e più lavoratori diretti, con una rete di 200 allevatori locali. Hanno nove supermercati di proprietà con 150 lavoratori diretti e 204 macellerie gestite da un operatore o rifornite con prodotto confezionato. E non solo Sardegna: un altro macello di proprietà del gruppo è operativo a Piacenza, segno di una presenza ormai consolidata anche nella Penisola.
È stato tutto semplice? “No”, ammettono passeggiando dentro lo stabilimento di Uta, “abbiamo fatto tanti errori. Nostro padre ci ha lasciato sbagliare. A volte sbagli persone, altre volte investimenti. Ma l’impresa è questo.” Dal padre Bruno hanno imparato una lezione decisiva: prima di comandare bisogna saper eseguire. Conoscere ogni passaggio, ogni ruolo, ogni fatica. “Uno dei nostri obiettivi è creare valore nel territorio, facendo crescere insieme a noi le aziende con cui collaboriamo e rafforzando una filiera solida, sostenibile e tutta sarda”. Il padre gli ripete sempre: “Figli miei, se il mestiere che fate vi emoziona, allora non sarà mai solo lavoro: sarà la vostra strada, la vostra responsabilità, la vostra passione”. Hanno fatto un macello. Anzi, due. E lo hanno trasformato in un modello di rinascita industriale in un’isola dove spesso anche agli imprenditori mancano coraggio e visione. (alessandro serra)