

Prima le ha impresse su una pellicola o su un file. Poi, le vite degli altri, a furia di frugarle e zoomarle, Giuseppe Ungari ha iniziato a interpretarle fisicamente. Manco lui riesce a dirlo che è un attore ma Ungari, fotocronista cagliaritano per una vita, è davvero un attore. Non è che fa l’attore, non è che reciti: vive proprio la parte che il regista gli dà. Vite parallele, come quelle di Plutarco: se la porta così tanto dentro che la storia del cognato di Beniamino Zuncheddu, il suo dramma di uomo vinto dagli eventi unito alla battuta ironica, allo sguardo storto che esprime il disincanto dei poveracci, Giuseppe lo incarna in ogni passo di “Zustissia”. E anche se non è Cullin, se non è Ferracane e nemmeno Riondino, lui deve essere fiero sino in fondo del suo ruolo e della piccola celebrità che questa pellicola di successo in tutta Italia gli sta regalando.
Non parla Giuseppe in questo ritrattino da cinquanta righe ma se ci fossero le virgolette sarebbe uguale perché non direbbe nulla di piu di quello che state leggendo. Si schiererebbe, come ha sempre fatto, dalla parte delle vittime e contro ogni ingiustizia. Come quella di Beniamino. Ma lo farebbe con parole non violente e pacate.
Sessant’anni più iva, il fisico asciutto da ex maratoneta nordafricano, una gentilezza innata e non ruffiana che riserva anche a chi non la meriterebbe, Ungari si può dire che ha chiuso la parentesi con la Canon al collo. Esteta del bianco e nero come si conviene a chi ha conosciuto le redazioni dei giornali veri, ha scattato in quantità cronaca nera splatter. Ha cenato (e soprattutto bevuto) in Corsica con indipendentisti dal carattere, diciamo, esplosivo. Amante del nudo sociale, ha svelato oscenamente con l’obiettivo vite di poveri delle peggiori periferie della Sardegna oppure potenti nel bel mezzo dell’ascesa. O nella fragorosa caduta verticale. Una volta un capocronista gli ha chiesto di aspettare per qualche giorno fuori dalla casa di un signore accusato di omicidio, forse in viale Merello. E lui c’è rimasto, appostato come a caccia grossa, fino a quando il signore è uscito e taaac, fotogratato.
Ma l’attore, che aveva iniziato a fare da ragazzino nella “Piccola compagnia anonima teatro”, è altra cosa. Qualche primo cortometraggio con la regia di Francesco Piras viene talmente apprezzato che incassa premi alla mostrsa del cinema di Venezia. E Piras lo chiama ancora, gli affida ruoli spigolosi che sembrano cuciti addosso a quest’uomo ancora ragazzino. Fino a Zustissia, un potente lungometraggio perché potente è la tragedia di un servopastore di Burcei entrato in cella da innocente e uscito 33 anni dopo. Gli anni di Cristo morto in croce. Almeno Zuncheddu è vivo, anche se senza un euro.
Ungari oggi continua a studiare. Sul tavolino del bar di Ugo, via Scano, che poì è il suo ufficio c’è un mazzetto di fogli A4: è la sceneggiatura del prossimo film. Non dice di che si tratta, non dice chi è il regista: Giuseppe sorride a mezza bocca, pochi fonemi. In testa gli frulla il personaggio che a breve sarà sul grande schermo mentre la vita di sempre, famiglia, figli, amici, bollette, caldo, freddo continua scorrere a modo suo. (claudio cugusi)