Legge sul fine vita in arrivo, Deriu: “Fede e libertà non si escludono, devono coesistere”
Il tema del fine vita è al centro dell’attualità politica. Perché ritiene che la Regione abbia il dovere di legiferare su questo punto?
Perché il diritto al fine vita è già stato riconosciuto dalla Corte costituzionale. La Regione ha la responsabilità di organizzare la sanità e garantire l’attuazione dei diritti costituzionali, compreso quello alla salute. Quando questo diritto include la possibilità di terminare la propria vita in modo assistito, in casi estremi di sofferenza e malattia incurabile, allora la Regione deve agire per garantirlo. Non si tratta di creare un nuovo diritto, ma di renderlo eseguibile.
Il governo di centrodestra quasi certamente impugnerà la legge sarda sul fine vita. Ritiene che questa impugnazione possa avere successo?
No, non credo che possa andare a buon fine. La norma sarda è ben scritta, essenziale, e attua in modo coerente quanto già stabilito dalla Corte. Si muove nell’ambito delle competenze regionali in materia sanitaria. L’impugnazione ha più un valore politico che giuridico: è il segno di una contrarietà ideologica da parte del centro destra, non di una reale incostituzionalità.
In un’Italia dove la religione ha storicamente influenzato la politica, come si colloca oggi la Chiesa rispetto a questi temi? E quale dovrebbe essere, secondo lei, il rapporto tra fede e legislazione?
La Chiesa, dal mio punto di vista, deve occuparsi di religione, non di politica. Sono contento che oggi non ci sia un Papa italiano, perché questo riduce il rischio di un ritorno ai partiti confessionali. Credo in una democrazia dove i valori religiosi possano ispirare i singoli, ma non imporsi alle leggi. I credenti, anzi, dovrebbero essere garanti delle libertà, non promotori di integralismi.
Alcuni temono che il diritto al fine vita possa creare una zona grigia di potere nelle mani dei medici. Come si garantisce un equilibrio tra libertà del paziente e tutela delle professionalità sanitarie?
Attraverso un percorso collegiale, chiaro, trasparente. Non c’è una sola persona che decide, né si affida tutto a un medico. La volontà deve essere consapevole, verificata, reversibile. La condizione deve essere accertata da medici e psicologi. Tutto deve avvenire nel rispetto delle regole, tutelando sia chi chiede aiuto sia chi lo fornisce, senza rischi di abuso o fraintendimenti.
Infine, c’è stato un momento o un caso personale che ha contribuito a formare la sua convinzione su questi temi?
Sì, ho vissuto nella mia famiglia situazioni in cui alcune persone mi hanno espresso il desiderio di non essere sottoposte ad accanimento terapeutico. Ma la mia posizione nasce soprattutto da una riflessione razionale, non emotiva. Credo che la libertà sia il confine da presidiare: è questo che distingue una democrazia vera da una società che impone il credo di alcuni a tutti gli altri, anche se quel credo è il mio.
Viene in mente la posizione di certi Stati USA rispetto all’aborto.
Esatto. È avvenuto perché in quei contesti l’integralismo prevale contro la concezione liberale.