
Adesso vi parliamo di Bibbiano, e lo facciamo con chi ha smontato pezzo per pezzo il caso. Luca Bauccio è l’avvocato di Claudio Foti, lo psicoterapeuta finito al centro dell’inchiesta sugli affidi in Val d’Enza, accusato e linciato mediaticamente come simbolo di un presunto sistema di sottrazione illecita di minori. Dopo anni di gogna, Foti è stato assolto con formula piena. Bauccio ha ricostruito il processo e la narrazione che l’ha accompagnato in due libri: “Il lupo di Bibbiano” e il recentissimo “La giustizia non è una dea bendata”. L’intervista entra nel merito degli abusi narrativi, delle colpe culturali e della necessità di distinguere la giustizia dalla macchina del fango. Una riflessione su come si costruisce un mostro. E su cosa resta, quando il mostro viene assolto.
Partiamo dalla fine: il processo si è concluso con un dato clamoroso. Cosa dice davvero quella sentenza?
Nel processo appena concluso, a fronte di richieste complessive per 79 anni di carcere, il tribunale ha assolto quasi tutti gli imputati. Solo due condanne minori, su capi di imputazione marginali. È una sentenza che parla da sola. Dimostra quanto fosse infondata l’intera costruzione accusatoria e quanto quella macchina fosse gonfiata, distorta, ideologica.
Nel tuo libro usi un’espressione forte: “pornografia giudiziaria”. Cosa intendi?
Ho definito questa vicenda un caso di “pornografia giudiziaria”. I bambini coinvolti non sono stati fisicamente esposti, ma il loro simulacro sì. Sono stati usati come simboli in un racconto costruito ad arte, in spregio alla loro dignità e alla Carta di Treviso. È stato uno spettacolo indecente, un abuso narrativo e mediatico che ha trasformato il dolore reale in strumento di lotta politica.
Sostieni che la narrazione propagandistica, la macchina del fango, si sia attivata in un nanosecondo. Era stato precostruito?
Poche ore dopo gli arresti, Twitter era invaso da hashtag, meme, slogan. C’erano decine di migliaia di bot attivi. Non è stato spontaneo. Qualcuno ha saputo cavalcare la vicenda, darle una cornice ideologica, usarla contro un avversario politico. Il caso Bibbiano è diventato una macchina del fango orientata, costruita, diffusa con una rapidità che non può essere casuale.
Anche per chi è stato assolto, la vita non torna com’era prima.
Anche quando arriva un’assoluzione, la reputazione delle persone non torna indietro. Non si ricostruisce con una sentenza. Psicologi, educatori, assistenti sociali sono stati trasformati in mostri. Quella condanna sociale non si cancella: resta nella memoria collettiva, nei motori di ricerca, nei sospetti. È una ferita che non si rimargina.
Selvaggia Lucarelli e il Fatto Quotidiano sono già stati condannati per diffamazione nel caso Foti. Quanto conta questa sentenza, anche sul piano civile e politico?
È una sentenza importante, perché rompe l’idea che si possa dire tutto senza pagare conseguenze. Non è una semplice querela o una diffida: è una condanna vera, con risarcimento. Selvaggia Lucarelli e il Fatto Quotidiano sono stati ritenuti colpevoli di aver diffamato Claudio Foti, attribuendogli condotte gravi senza alcuna base concreta.
Questo non restituirà la reputazione a chi è stato distrutto sui media, ma segna un punto fermo: non si può trasformare la libertà d’opinione in licenza di linciaggio. Abbiamo agito per difendere un principio. Se nessuno reagisce, chiunque può finire domani in pasto ai social, ai titoli gridati, alla macchina del fango. E non è normale che in un Paese civile la gogna venga prima del processo.
Uno dei punti centrali della tua critica riguarda l’uso distorto delle perizie.
Nel processo abbiamo visto diagnosi di disturbi gravi fatte senza colloqui approfonditi, senza test psicodiagnostici, in alcuni casi addirittura senza aver mai incontrato i minori. Sono state usate categorie cliniche in modo arbitrario, forzato, contro ogni regola della psicologia forense. Era tutto funzionale a sostenere una tesi, non a descrivere la realtà.
Il tuo libro nasce da un’esperienza diretta in aula. Che tipo di testo è?
Questo libro è la trascrizione, adattata, della mia arringa. Ho voluto renderla accessibile, breve, leggibile da chiunque. Parla ai cittadini, non solo ai giuristi. È un testo che attraversa il processo, ma anche i suoi risvolti culturali, antropologici, politici. Inizia con “Signori Giudici” e finisce con “Signori Giudici”: un’esperienza immersiva, nel cuore del dibattimento.
Hai già scritto su Bibbiano. Cosa distingue questo nuovo lavoro da “Il lupo di Bibbiano”?
Il primo libro raccontava una storia, quella del mio rapporto con Claudio Foti e del nostro percorso nel processo. Era quasi un romanzo-documento. Questo invece è un pamphlet: parte dalla mia arringa e la trasforma in uno strumento per riflettere sulla società, sulla giustizia, sulla comunicazione. Due registri diversi, due scopi diversi.
Molti giornalisti hanno amplificato accuse senza verificarle. Che responsabilità ha l’informazione?
Il giornalismo, in questa vicenda, ha spesso abdicato al suo ruolo. Al posto dell’approfondimento, la battuta. Al posto della verifica, la corsa al like. Sui social, ma anche nei grandi quotidiani, si è diffusa una logica da gogna, da sfottò, da esibizione. Se l’informazione vuole sopravvivere, deve tornare a essere un esercizio di verità, non di intrattenimento.
E la procura? Quanto ha contato l’impulso mediatico nelle scelte d’indagine?
Io credo che serva molta cautela nel giudicare il ruolo della procura. In ogni attività delicata, anche chi indaga può sbagliare. Questo non significa che ci sia dolo, malafede o un intento persecutorio. A volte le dinamiche mediatiche possono creare un effetto trascinamento, un’esaltazione del consenso popolare che rischia di spingere oltre il limite. Ma il punto vero, per me, è che bisogna sempre distinguere tra l’errore e la responsabilità penale o politica. E questa distinzione va fatta con equilibrio, senza semplificazioni.
Cosa resta, oggi, di questa vicenda? E cosa insegna?
Questa sentenza non è solo la fine di un incubo per gli imputati. È una vittoria del processo. La dimostrazione che, anche dopo anni di gogna, se il diritto viene rispettato, la verità può emergere. È un messaggio importante: ci ricorda che le istituzioni, quando funzionano, sono più forti della calunnia e della violenza verbale.


