Nuovo romanzo in arrivo per la scrittrice sarda Angelica Grivél Serra. Michela Murgia la volle come “fill’e anima”

Angelica Grivèl Serra

Angelica Grivél Serra appartiene alla nuova generazione di scrittori sardi che si affacciano alla letteratura con passo deciso. Classe 1999, ha esordito a vent’anni con “L’estate della mia rivoluzione”, pubblicato da Mondadori in piena pandemia e capace di arrivare lontano, fino agli Istituti di Cultura Italiana in Polonia e al Parlamento europeo. Vive a Cagliari, su un promontorio che la mette ogni giorno davanti al mare: da quel paesaggio prende uno sguardo che unisce radici e apertura, misura e inquietudine. Alla madre, giornalista, deve disciplina e metodo: è lei la prima lettrice, la voce che sprona e incoraggia. A ispirarla è anche la lezione di Grazia Deledda, che Angelica considera un riferimento costante. Ora lavora al suo secondo romanzo, atteso da chi ha già colto nella sua voce un futuro che parla dall’isola al mondo.

Angelica, sei nata nel 1999 e a vent’anni avevi già pubblicato il tuo primo romanzo. Che sensazioni ti ha dato l’esordio così precoce?

È stato come buttarsi in mare aperto senza sapere esattamente come governare la barca. Il libro è uscito nel giugno 2020, in piena pandemia: librerie chiuse, niente presentazioni, nessuna occasione per incontrare i lettori. Poi ho scoperto che i libri hanno gambe proprie: qualcuno lo leggeva, lo consigliava a un altro, e così ha cominciato a camminare da solo.

Michela Murgia – che ti ha definito sua “figlia d’anima” e che oggi non c’è più – ti ha affidato in qualche modo un’eredità simbolica. Cosa rappresenta per te quel riconoscimento e come lo distingui dal ruolo pubblico e mediatico che lei ha avuto?

Michela ha costituito un passaggio dirimente nella mia vita; mi scelse come fill’e anima quando avevo diciassette anni e il nostro fu un cammino triennale di reciproca, vivace intesa e scambio costante di percezioni, viaggi e vita. Non azzardo l’attribuzione di titoli a posteriori, non spetta a me farlo. Quel che noto, adesso che lei non è qui, è che la sua tempra e l’ars divulgativa siano e rimangano, io credo, abbastanza inimitabili. Di mio, ciò che spero per me è solo di poter continuare a evolvere. Ogni boa, una soglia. Vorrò perpetuamente imprimere tenore e forza crescenti al mio scrivere, affinché esso riverberi in modo sempre sincero il mio pensiero.

Quanta Sardegna c’è nella tua scrittura?

Moltissima. Vivo a Cagliari, in una casa su un promontorio che si affaccia sul mare. Quel paesaggio è la mia prima scuola: ogni giorno mi ricorda che esiste una grandezza davanti a cui bisogna misurarsi. Non è solo bellezza, è un richiamo costante. Credo che scrivere dall’isola significhi portarsi dietro questo doppio sguardo: radicato qui, ma capace di spingersi lontano.

Spesso parli di tua madre. Qual è il suo ruolo nel tuo lavoro?

A mia madre devo tutto. È la persona con la quale io mi diverta di più al mondo, in assoluto colei alla quale voto la mia stima più pura e disarmata. Sono cresciuta tra i libri. Ho sempre venerato il momento sacro dedicato alla lettura e l’atto altrettanto sacro dello scrivere, sin dai tempi in cui mia madre seminava l’amore per il libro persino in quanto feticcio, cogliendo in me il potenziale per non lasciarlo inespresso, proponendomi Cime Tempestose di E. Brontë e Le affinità elettive di Goethe a dodici anni. Se scrivo, è per lei. È grazie a lei.

E quando la pagina è bianca e non arriva l’ispirazione?

Leggo. È il mio modo per respirare di nuovo. Bastano poche righe di un autore che amo per riaccendere la scrittura. La mia vera scuola sono sempre stati i libri: non i corsi, non le teorie. Si impara leggendo, rubando dai grandi, e poi restituendo con la propria voce.

Quali autori, in particolare?

Thomas Mann, Grazia Deledda, Virginia Woolf. Sono tre mondi diversi, ma ognuno mi ha insegnato qualcosa. Mann per la sua architettura narrativa, che sembra non avere cedimenti. Deledda perché da lei arriva una forza radicata e universale insieme, capace di parlare al mondo partendo dall’isola. Woolf per l’intimità assoluta, per l’idea che scrivere significhi trovare uno spazio interiore e difenderlo.

Se rileggi oggi il tuo esordio, “L’estate della mia rivoluzione”, cosa provi?

È stato un viaggio incredibile, certo diversissimo rispetto al mio progetto attuale in procinto d’albeggiare, ma un percorso comunque fondante, del quale non rinnego un passo. L’ho scritto quando avevo diciannove anni: ha evidentemente rappresentato un punto vivo del mio tragitto. È un lavoro nel quale riscontro dolcezza, certe sorprese e ingenuità, la cristallizzazione di una fase, di una versione di me alla quale voglio bene, che conservo, tutelo e guardo a volte con invidia, a volte con l’idea di vita che continuo a far germinare e crescere, adesso, nel presente, mentre – appunto – vivo. Nemmeno i libri, comunque, muoiono, quando veri.

Cosa ti aspetta adesso?

In autunno uscirà il mio secondo romanzo per una casa editrice internazionale. È un lavoro diverso dal primo, nato da esigenze nuove, ma con lo stesso desiderio di verità.
E più avanti?

Per quel che mi riguarda, per edificare anche solo la metà di un romanzo vero, vivo e vibrante servono pile di anni di osservazione, di vita, di studio, di rilettura spietata, di auto correzione, di rifacimento estetico ed etico, di riscrittura, di lotta a sangue con le pagine, di bellezza contemplata. Non è affatto casuale che io abbia scelto di prendermi ben cinque anni per tessere una nuova trama e portarla a pubblicazione, dopo l’esordio in Mondadori. Per far maturare una storia sufficientemente degna di essere incoronata tale e viepiù per far sbocciare le parole che occorrono per raccontarla ci vuole tempo, tempo pregiatissimo. Tempo sanguigno. L’ambizione, da qui a cinque anni, è continuare a essere me, in coerenza rispetto ai miei valori e ideali, ma anche non fermarmi, e confidare senza rese nella luce autentica che la scrittura sa portare nella mia vita.

Il tuo primo libro ha già fatto strada fuori dall’Italia.

Sì, è arrivato in Polonia, agli Istituti di Cultura Italiana di Cracovia e Varsavia. Ho avuto anche l’occasione di presentarlo al Parlamento Europeo.

Che rapporto hai con i lettori?

Da sempre tengo moltissimo alla cura del rapporto con i lettori e le lettrici, a prescindere dal fatto che li/le conosca personalmente o meno. Così come so che se i libri devono vivere, vivono solidi sulle proprie gambe, proprio grazie all’amore di chi sceglie di leggerli

prova
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